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Valutazione Azienda - Pattti di famiglia

Trasferimento anticipato di partecipazioni o aziende nell'ambito del Patto di famiglia. Liquidazione quota agli altri legittimari. Modalità di valutazione.
PATTI DI FAMIGLIA: SUCCESSIONE "ANTICIPATA" IN AZIENDE E PARTECIPAZIONI SOCIALI
di Ianniello Barbara 
in Corriere tributario n. 20 /2006, pag. 1572  
Il nuovo patto di famiglia consente all'imprenditore di regolare "in via anticipata" la successione nella propria azienda o nella società, nel pieno rispetto dell'autonomia negoziale e fuori della rigidità del divieto dei patti successori. Una nuova opportunità da salutare positivamente anche se, già ad una prima lettura, la scarna disciplina normativa presenta molte zone d'ombra.
 
Con la legge 14 febbraio 2006, n. 55· [1] - in vigore dal 16 marzo 2006 - ha debuttato nel nostro ordinamento l'istituto dei patti di famiglia che, in deroga al generale divieto dei patti successori, legittima la stipula di accordi diretti a regolamentare la successione "anticipata" dell'imprenditore o di chi è titolare di partecipazioni societarie.
Scopo del nuovo istituto, garantire il passaggio generazionale nel segno della continuità familiare e del contemperamento di due opposti interessi: da un lato, quello dell'imprenditore a scegliere, senza i limiti posti dal divieto dei patti successori, il discendente cui passare il testimone dell'azienda; dall'altro, quello dei legittimari esclusi ad essere comunque tutelati nei propri diritti di riserva.
Il tutto nel rispetto del fondamentale diritto all'esercizio dell'autonomia privata ed in risposta ad un'esigenza fortemente avvertita in aree economiche, come quelle del nord d'Italia, in cui è particolarmente rilevante la presenza di aziende familiari· [2].
Ma se questo era l'intento, l'obiettivo non pare essere stato pienamente centrato.
Le norme che regolano i patti di famiglia si presentano a tratti lacunose gravando l'interprete di un compito "suppletivo" che, come vedremo, si rivela spesso arduo· [3].
 
 Patto di famiglia
La legge n. 55/2006 aggiunge, al libro II, titolo IV, del codice civile il Capo V-bis, rubricato "Del patto di famiglia".
Il gruppo di disposizioni raccolte nel nuovo Capo si apre, in particolare, con l'art. 768-bis, c.c. in forza del quale "E' patto di famiglia il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l'imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l'azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti".
 
Causa negoziale
Dalla norma emerge con chiarezza la natura contrattuale del patto con cui viene trasferita, inter vivos e con effetti immediati, l'azienda o la partecipazione sociale.
Resta però da stabilire la causa negoziale dell'accordo.
Ora, se ci si limita alla sola lettura dell'art. 768-bis, la natura gratuita dell'attribuzione è fuor di dubbio: a fronte del trasferimento, i beneficiari non versano infatti alcun corrispettivo al disponente. Lo sguardo deve tuttavia essere esteso anche al disposto del successivo art. 768-quater (sul quale ritorneremo) il cui secondo comma stabilisce che "Gli assegnatari dell'azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote previste dagli articoli 536 e seguenti; i contraenti possono convenire che la liquidazione, in tutto o in parte, avvenga in natura".
Al negozio non è dunque estranea una causa solutoria alla quale si aggiunge anche la possibilità di rinuncia, da parte dei soggetti non continuatori dell'azienda di famiglia, alla liquidazione di un ammontare corrispondente alle quote di riserva ad essi spettanti· [4]. Dal che potrebbe argomentarsi la causa negoziale mista o complessa del patto di famiglia.
Sul punto, tuttavia, le opinioni dei primi commentatori non appaiono univoche: a seconda degli elementi posti in rilievo, il patto di famiglia si presta all'inquadramento nello schema negoziale della donazione modale (art. 793 c.c.), con la particolarità che l'obbligo è imposto dalla legge, ovvero come atto divisionale destinato allo scioglimento "anticipato" della comunione ereditaria (art. 764 c.c)· [5].
 
Forma del contratto
Il contratto con il quale viene regolamentato il passaggio dell'azienda o delle partecipazioni sociali deve, a pena di nullità, essere concluso per atto pubblico: i profili di liberalità che connotano il patto indurrebbero comunque a ritenere opportuna la presenza dei testimoni.
 
Parti del contratto
Parti del contratto sono:
a) il disponente, che attribuisce gratuitamente l'attività di impresa di cui è titolare ovvero quote di partecipazioni sociali;
b) il beneficiario o i beneficiari dell'attribuzione che, per espressa disposizione normativa, devono essere discendenti del disponente (in pratica, i figli legittimi, naturali o adottivi ovvero i nipoti del disponente, con esclusione degli ascendenti, dei collaterali e del coniuge).
Va evidenziato, peraltro, che l'art. 768-bis c.c. identifica il disponente nell'imprenditore se si tratta di regolare la successione anticipata nell'azienda e nel titolare delle quote per l'ipotesi di cessione di partecipazioni.
Invero, così come formulata· [6], la norma fa sorgere il dubbio se possa stipulare un patto di famiglia il proprietario di un'azienda che non è imprenditore (si pensi al caso frequente dell'azienda data in affitto): una interpretazione letterale farebbe propendere per la risposta negativa che, però, rischia di condurre ad un'applicazione eccessivamente restrittiva del nuovo istituto (con l'effetto paradossale di escludere il patto anche nell'ipotesi che il proprietario dell'azienda voglia assegnarla al discendente che ne è l'affittuario). Analogamente, ci si deve interrogare sulla portata del termine "titolare di partecipazioni societarie": una lettura rigorosa del dato testuale - ma forse non altrettanto aderente alle finalità della nuova disciplina - potrebbe far ad esempio dubitare della possibilità che un diritto di usufrutto su quote di partecipazione sociali possa essere oggetto del patto.
Il primo comma dell'art. 768-quater c.c. prevede poi che al contratto debbano partecipare "anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell'imprenditore". Non solo dunque cedente e cessionario, ma anche il coniuge (pure se legalmente separato e sempre che la separazione non gli sia stata addebitata) nonché tutti i soggetti non beneficiari che, alla data di stipula del patto, sono riservatari della quota di legittima· [7].
Premesso che non pare vi siano ostacoli ad ammettere un intervento a mezzo di un rappresentante volontario o legale, nel rispetto delle forme per la procura e delle autorizzazioni richieste, dei soggetti individuati dalla norma (si pensi al caso, non infrequente, di legittimari incapaci o minorenni)· [8], resta da stabilire se la previsione escluda alla radice la possibilità di partecipazioni di soggetti diversi da quelli menzionati quali, tra tutti, gli ascendenti. Invero, il vantaggio derivante da una loro partecipazione potrebbe consistere nella possibilità di una eventuale e contestuale rinuncia ai futuri diritti di legittima, evitando successive impugnazioni dell'atto ai sensi dell'art. 768-sexies, secondo comma, c.c.
 
Oggetto del trasferimento
Il patto di famiglia ha ad oggetto il trasferimento in toto o anche solo parziale:
_ dell'azienda da parte dell'imprenditore ovvero;
_ delle quote di partecipazione societarie da parte di chi ne è titolare.
A quest'ultimo riguardo si fa notare che la formulazione adottata dal legislatore è piuttosto generica. Non è chiaro infatti se per "titolare di partecipazioni" debba intendersi il titolare di azioni/quote della "società di famiglia" ovvero il titolare di partecipazioni anche in altre società (si pensi, ad esempio, al titolare di un pacchetto azionario in una società quotata, acquistato a puro scopo di investimento o speculazione).
Il dato letterale parrebbe legittimare una lettura "onnicomprensiva" sebbene, facendo leva sulla ratio dell'istituto, potrebbe anche argomentarsi l'applicazione dello stesso alle sole vicende che anticipino la successione nella società di famiglia.
Accogliendo questa seconda impostazione, tuttavia, si apre la strada ad una serie di ulteriori interrogativi.
Se si muove dalla considerazione che scopo della disciplina è la regolamentazione di una successione "anticipata" nella società di famiglia allora, a stretto rigore, il patto in esame non potrebbe avere ad oggetto il trasferimento di qualsiasi tipo di partecipazione. Sul piano quantitativo, infatti, potrebbe sostenersi l'irrilevanza di una partecipazione così esigua nella sua entità da non permettere (sia pure solo potenzialmente) al beneficiario di continuare l'esercizio del potere di gestione già presente in capo al cedente o, comunque, di influire sulle scelte gestionali della società. Per le stesse ragioni, si potrebbe sostenere la non applicabilità del nuovo istituto nel caso di cessione della quota dell'accomandante di s.a.s. (non consentendo la stessa la gestione della società), così come la cessione della quota del socio "risparmiatore" o solo nudo proprietario.
 In ogni caso, è evidente che avendo ad oggetto diritti che incidono sulla quota di legittima, il negozio rappresenta una eccezione al divieto dei patti successori: coerentemente, si è provveduto alla modifica dell'art. 458 c.c. che, nella sua formulazione novellata dispone adesso che "Fatto salvo quanto disposto dagli articoli 768-bis, e seguenti, è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione. E' del pari nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi".
 
Pattuizioni negoziali
Per espressa previsione normativa (cfr. art. 768-bis c.c.), le pattuizioni contenute nell'accordo di famiglia devono risultare compatibili con le disposizioni in materia di impresa familiare e rispettose delle differenti tipologie societarie.
La compatibilità con la disciplina dell'impresa familiare· [9] potrebbe essere letta nel senso che se i legittimari non assegnatari hanno svolto in maniera continuativa la propria attività lavorativa nell'ambito dell'impresa, la liquidazione ad essi spettante non deve integrare una partecipazione agli utili dell'impresa o agli incrementi dell'azienda proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato.
Per la verifica dei limiti di compatibilità, in caso di cessione di quote sociali, occorrerà distinguere. Se si tratta di partecipazioni in società personali, il patto di famiglia richiederà (salva diversa pattuizione) l'unanimità dei consensi dei soci, comportando la cessione una modifica del contratto sociale; l'approvazione a maggioranza sarà invece richiesta nell'ipotesi di cessione della quota dell'accomandante (art. 2322 c.c.)· [10].
Se si tratta di società di capitali, la partecipazione è invece liberamente trasferibile, salve diverse previsioni statutarie (clausole di limitazione della trasferibilità ovvero clausole di gradimento: cfr., artt. 2355-bis c.c. e 2469 c.c.).
 
 Liquidazione della quota: modalità di valutazione
Gli assegnatari dell'azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare agli altri legittimari, a meno che questi non vi rinunzino in tutto o in parte, una somma corrispondente al valore delle quote di legittima previste dagli artt. 536 ss. c.c.· [11]: è possibile pattuire che la liquidazione, in tutto o in parte, avvenga in natura.
I beni assegnati con il patto di famiglia agli altri partecipanti non assegnatari dell'azienda, secondo il valore attribuito in contratto, sono imputati alle quote di legittima loro spettanti (sono cioè da considerarsi un anticipo sulla futura successione) e quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o a riduzione. Ci si chiede peraltro se l'assegnazione vada imputata ex lege alla quota di legittima del beneficiario. In senso positivo deporrebbe la considerazione che il patto di famiglia rappresenta una forma contrattuale di successione anticipata.
 
Assegnazione successiva al patto
L'assegnazione dei beni, a titolo di liquidazione della quota di legittima, può essere disposta anche con successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano sostituiti (art. 768-quater c.c.). Il patto di famiglia può dunque non comportare soddisfazione delle ragioni dei legittimari non assegnatari del bene impresa: la funzione essenziale dell'accordo, in tale ottica, non appare di natura satisfattiva, ma piuttosto determinativa del valore del bene impresa trasferito.
Quanto ai "sostituti" cui fa riferimento la disposizione, dovrebbe trattarsi dei legittimari che, nel lasso di tempo intercorrente tra la stipula del patto di famiglia e il secondo contratto "collegato", sono nel frattempo subentrati ai primi legittimari esclusi (si pensi agli eredi del legittimario non assegnatario che siano subentrati al loro ascendente per rappresentazione)· [12].
Facciamo un esempio.
Un imprenditore ha deciso di assegnare la propria azienda ad uno dei suoi due figli il quale ha l'obbligo di liquidare il fratello non assegnatario. L'accordo è che la liquidazione avverrà con la cessione di un immobile entro 2 anni dalla stipula del patto di famiglia. Nelle more, però, il fratello non beneficiario muore lasciando dei figli: in questo caso, l'immobile dovrà essere trasferito a favore di questi ultimi potendo gli stessi far valere, per rappresentazione, i diritti di legittima del loro ascendente.
 
Rapporti con i terzi
L'art. 768-sexies c.c. stabilisce che, all'apertura della successione dell'imprenditore, il coniuge e gli altri legittimari che non abbiano partecipato al contratto· [13] possono chiedere ai beneficiari del contratto stesso il pagamento della somma prevista dal secondo comma dell'art. 768-quater, aumentata degli interessi legali· [14].
Ora, così come concepita, la disposizione lascia spazio a più di una perplessità.
Innanzitutto, si esordisce con un espresso riferimento all'apertura della successione dell'imprenditore (per l'ipotesi di assegnazione dell'azienda), mentre nessuna menzione viene fatta al titolare di quote di partecipazione che pure è parte del patto di famiglia ai sensi dell'art. 768-bis c.c.: ragioni di simmetria portano comunque a ritenere l'omissione frutto di una tecnica imprecisa piuttosto che di una scelta meditata.
Il legislatore ha poi configurato in termini di facoltà la possibilità dei legittimari sopravvenuti di chiedere ai beneficiari del patto di famiglia una somma commisurata al valore della quota di legittima, qualora all'apertura della successione non vi siano nell'asse ereditario altri beni sui quali soddisfarsi.
Si tratta di un "correttivo" che in linea teorica rappresenta uno strumento di tutela a favore dei legittimari sopravvenuti (l'esempio classico è quello dei figli dell'imprenditore nati, magari in seconde nozze, dopo la stipula del patto di famiglia), ma in concreto potrebbe rivelarsi piuttosto problematico. Se è infatti passato molto tempo dalla data di sottoscrizione dell'accordo, la ricostruzione del valore "all'epoca" della quota di riserva potrebbe risultare difficoltosa: una soluzione operativa, al riguardo, è l'esatta valutazione del bene aziendale al momento della stipula del patto, sebbene il legislatore non fornisca alcun indizio circa i criteri di valutazione aziendali da utilizzare.
Ci si chiede poi se i beneficiari, al fine di soddisfare le eventuali richieste dei legittimari sopravvenuti, debbano accantonare disponibilità economiche o comunque offrire garanzie per i pagamenti necessari. La risposta positiva, che assicurerebbe il corretto adempimento nei confronti dei legittimari sopravvenuti, finisce tuttavia per costituire un vincolo di indisponibilità economica nei confronti del beneficiario e rischia di rendere davvero poco "appetibile" il ricorso al nuovo istituto.
 
 Scioglimento dell'accordo
Ai sensi dell'art. 768-septies c.c., il patto di famiglia può essere sciolto o modificato dalle medesime persone che hanno concluso il patto di famiglia nei modi seguenti:
a) mediante diverso contratto, con le medesime caratteristiche e i medesimi presupposti di cui al presente capo (si tratta di un contratto per mutuo dissenso ex art. 1372 c.c., se diretto allo scioglimento, ovvero di un contratto semplicemente modificativo di quello originario negli altri casi);
b) mediante recesso, se espressamente previsto nel contratto stesso e, necessariamente, attraverso dichiarazione agli altri contraenti certificata da un notaio.
 
Impugnazione
L'art. 768-quinquies c.c. riconosce ai partecipanti la possibilità di impugnare il patto nelle ipotesi disciplinate dall'art. 1427 ss. (errore, violenza e dolo).
Si tratta, a dire il vero, di una previsione che lascia perplessi poiché, anche in assenza di un espresso richiamo alla disciplina sull'annullabilità del patto per vizio del consenso, difficilmente avrebbe potuto teorizzarsene l'inapplicabilità.
L'azione, precisa poi la disposizione, si prescrive nel termine di un anno.
Resta però da capire quale sia il dies a quo del termine prescrizionale: nel silenzio del legislatore, si ritiene debba trovare applicazione l'art. 1442 c.c.· [15].
Si osserva, infine, che la mancata liquidazione dei diritti dei legittimari sopravvenuti costituisce motivo speciale di impugnazione, che va ad aggiungersi alla disciplina generale contenuta nell'art. 768-quinquies c.c., che, a sua volta, richiama gli artt. 1427 ss. c.c.· [16].
 
Controversie
Un'ultima annotazione.
Il nuovo art. 768-octies c.c. stabilisce che le controversie derivanti dall'applicazione della nuova disciplina sui patti di famiglia sono devolute preliminarmente a uno degli organismi di conciliazione previsti dall'art. 38 del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 e, cioè, organismi costituiti da "... enti pubblici o privati, che diano garanzie di serietà ed efficienza ... iscritti in un apposito registro tenuto presso il Ministero della giustizia"· [17].
Anche su questo aspetto non mancano però le incertezze: quale rito applicare nell'ipotesi in cui il tentativo di conciliazione non vada a buon fine?
Qualora il patto di famiglia abbia avuto ad oggetto la cessione di partecipazioni sociali, l'applicazione del nuovo rito societario non dovrebbe essere messa in dubbio, trattandosi di controversia relativa al "trasferimento delle partecipazioni sociali, nonché ogni altro negozio avente ad oggetto le partecipazioni sociali o i diritti inerenti" (cfr. art. 1, comma 1, lett. b, del D.Lgs. n. 5/2003). Diversamente, il rito ordinario di cognizione (artt. 163 ss., c.p.c.) parrebbe dover trovare applicazione nell'ipotesi di cessione dell'azienda· [18]. 
Note:
1 In Banca Dati BIG, IPSOA.
2 Circa il 96% delle imprese italiane è rappresentato da aziende familiari: i dati dell'AIDAF (Associazione imprese di famiglia) rilevano che fra le prime 100 aziende italiane ben 43 sono autocontrollate dalla famiglia e la percentuale aumenta con il diminuire della dimensione. In seconda generazione arriva solo il 50% delle aziende familiari e in terza generazione appena il 15%.
3 La lacunosità della disciplina in qualche modo è stata riconosciuta anche in sede parlamentare: nella relazione al Senato in seduta n. 552 del 26 gennaio 2006 si è ritenuta prioritaria la necessità che le nuove norme entrassero subito in vigore, rinviando il riempimento delle lacune ad "un'adeguata attività interpretativa in funzione suppletiva".
4 Si tratta di una rinuncia che, di fatto, deroga al disposto dell'art. 557, comma 2, c.c. in forza del quale i legittimari, i loro eredi o aventi causa, non possono rinunziare all'azione di riduzione in vita del donante, né con dichiarazione espressa, né prestando il loro assenso alla donazione.
5 I dubbi sull'inquadramento negoziale del patto rendono peraltro accidentata l'indagine sul regime tributario applicabile sebbene - ponendo l'accento sul profilo della gratuità dell'assegnazione - la disciplina dovrebbe essere quella propria della donazione dell'azienda e delle partecipazioni sociali (sia pure gravata dall'"onere" di liquidazione da parte del beneficiario ai legittimari non assegnatari). Sul piano dell'imposizione indiretta occorrerà dunque tener conto dell'art. 13 della legge 18 ottobre 2001, n. 383, che ha disposto la soppressione dell'imposta sulle successioni e donazioni stabilendo, tuttavia, che "i trasferimenti di beni e diritti per donazione o altra liberalità tra vivi, compresa la rinuncia pura e semplice agli stessi, fatti a favore di soggetti diversi dal coniuge, dai parenti in linea retta e dagli altri parenti fino al quarto grado, sono soggetti alle imposte sui trasferimenti ordinariamente applicabili per le operazioni a titolo oneroso, se il valore della quota spettante a ciascun beneficiario è superiore all'importo di 350 milioni di lire. In questa ipotesi si applicano, sulla parte di valore della quota che supera l'importo di 350 milioni di lire, le aliquote previste per il corrispondente atto di trasferimento a titolo oneroso". Conseguentemente, se beneficiario è il coniuge, un parente in linea retta o un altro parente fino al quarto grado, i trasferimenti di beni e diritti per donazione o altra liberalità tra vivi, compresa la rinuncia pura e semplice agli stessi, sono assoggettati esclusivamente alle imposte ipotecaria e catastale. Nei casi in cui il beneficiario sia un soggetto diverso dal coniuge, da un parente in linea retta o da altro parente fino al quarto grado, troverà applicazione l'imposta di registro per la parte di valore donato, che, per ogni donatario, eccede il limite di franchigia (180.759,91 euro), con le aliquote proprie dei beni donati (se il donatario è una persona portatore di handicap riconosciuto grave, si applica il limite di franchigia di lire 1 miliardo pari ad euro 516.456,90 sul valore della quota donata).
6 Le imprecisioni testuali abbondano nel corpus delle disposizioni in esame: nel successivo art. 768-quater c.c. si qualifica come imprenditore tout court il partecipante del patto di famiglia, mentre nell'art. 768-sexies c.c. è la morte del solo imprenditore che viene contemplata.
7 Si ricorda che ai sensi dell'art. 536 c.c. le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali, gli ascendenti legittimi. Ai figli legittimi sono equiparati i legittimati e gli adottivi. A favore dei discendenti dei figli legittimi o naturali, i quali vengono alla successione in luogo di questi, la legge riserva gli stessi diritti che sono riservati ai figli legittimi o naturali.
8 In merito ai regimi autorizzativi per il compimento dell'atto di straordinaria amministrazione (sottoscrizione del patto di famiglia) e sui problemi legati alla configurabilità di un possibile conflitto di interessi tra il soggetto incapace (o minore) ed il suo rappresentante legale, cfr., A. Busani e E. Lucchini Guastella, "Alla ricerca della soluzione meno sperequativa tra il destinatario dell'azienda e gli altri parenti", in Guida Normativa n. 13/2006, pagg. 64-65.
9 L'art. 230-bis c.c., dopo aver stabilito che "salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell'impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa. I familiari partecipanti alla impresa che non hanno la piena capacità di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi", al quarto comma precisa che il diritto di partecipazione è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore del coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo col consenso di tutti i partecipi. Esso può essere liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro, ed altresì in caso di alienazione dell'azienda. Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.
10 Sulle riserve in caso di cessione della quota di partecipazione dell'accomandante si è già detto.
11 Se lo scopo è quello di una regolamentazione della successione anticipata nell'azienda, è stato da più parti evidenziato come la legge abbia finito per lasciar "fuori" l'ipotesi più frequente che è quella del genitore che attribuisce ad alcuni figli l'impresa e agli altri i propri beni personali. Diversamente, si è provveduto a disciplinare l'ipotesi di una cessione a titolo gratuito a favore del discendente che, però, deve provvedere personalmente alla liquidazione dei non assegnatari: e proprio quest'ultimo obbligo potrebbe rappresentare un "freno" alla diffusione applicativa dell'istituto.
12 Anche in questo caso, la "sostituzione" deve essere valutata tenendo conto che il dante causa non è morto, ma deve essere considerato come se lo fosse, così come avviene per individuare i legittimari non assegnatari aventi diritto alla liquidazione della quota di riserva.
13 Sulla base di un'interpretazione letterale dovrebbe concludersi che il diritto di credito spetta solo a chi non partecipò al contratto e non anche ai partecipanti nel caso successivamente si accresca, per qualsiasi motivo, la loro quota.
14 In tal caso non rilevano le eventuali rinunzie da parte degli intervenuti al patto di famiglia, ovviamente non opponibili ai terzi non intervenuti.
15 Ai sensi dell'art. 1442 c.c., commi secondo e terzo, quando l'annullabilità dipende da vizio del consenso o da incapacità legale il termine decorre dal giorno in cui è cessata la violenza, è stato scoperto l'errore o il dolo, è cessato lo stato d'interdizione o d'inabilitazione, ovvero il minore ha raggiunto la maggiore età. Negli altri casi il termine decorre dal giorno della conclusione del contratto.
16 Quest'ultima previsione è stata oggetto di critica da parte della più attenta dottrina: se le conseguenze del mancato adempimento nei confronti dei legittimari sopravvenuti venisse inquadrato in una causa di annullabilità del contratto sarebbe "... il primo caso di annullabilità del nostro ordinamento non connesso a vizi da cui il cui contratto è affetto al momento della formazione, ma ad eventi posteriori ...."; inoltre "... questa conversione di un inadempimento in una causa di invalidità costituirebbe una mostruosità giuridica: dovrebbe invero pensarsi ad un contratto che nasce valido e che anche dopo decine di anni potrebbe essere annullato; così come bisognerebbe interrogarsi, in tal caso, sulla sorte di beni oggetto del patto di famiglia (e poi eventualmente messi in circolazione dai loro legittimi beneficiari) che appunto subisca un'azione di annullamento" (A. Busani, "Con il nuovo istituto del patto di famiglia compensazione anche da parte di chi dona", in Guida Normativa n. 13/2006, pag. 60).
17 Ai sensi del successivo art. 39 del D.Lgs. n. 5/2003, tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di conciliazione sono esenti dall'imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura. Il verbale di conciliazione è esente dall'imposta di registro entro il limite di valore di venticinquemila euro.
18 La questione va comunque meditata anche alla luce dell'art. 70-ter delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, nel testo introdotto dall'art. 2, comma 3-ter, lett. a), del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, ed in vigore dal 1° marzo 2006. La norma stabilisce, infatti, al comma 1 che "la citazione può anche contenere, oltre a quanto previsto dall'articolo 163, terzo comma, numero 7), del codice, l'invito al convenuto o ai convenuti, in caso di pluralità degli stessi, a notificare al difensore dell'attore la comparsa di risposta ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5, entro un termine non inferiore a sessanta giorni dalla notificazione della citazione, ma inferiore di almeno dieci giorni al termine indicato ai sensi del primo comma dell'articolo 163-bis del codice". Se tutti i convenuti notificano la comparsa di risposta nelle modalità indicate - continua il comma 2 - "il processo prosegue nelle forme e secondo le modalità previste dal decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5".
 
 
 
 
 
 
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