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Tasse e Imposte indirette sugli affari

Tasse e Imposte indirette sugli affari
Risoluzione Min. Fin. Dir. Gen. Tasse e Imposte indirette sugli affari 08-05-1986, n. 250306  
 Quota di partecipazione all' impresa familiare. Successione di partecipante a impresa familiare. Valutazione di quota aziendale. Illegittimità. Assimilabilità a società di persone. Non sussiste. Diritto di credito connesso agli utili non distribuiti, agli incrementi patrimoniali e all' avviamento commerciale. E' tale. Obbligo di dichiarazione. Sussiste. 
 
 Un contribuente ha chiesto di conoscere il trattamento tributario cui soggiace, ai fini dell' imposta di successione, la quota di partecipazione all' impresa familiare.
A tale riguardo, occorre precisare che l' Ufficio successioni, a seguito della morte di un partecipe di impresa familiare, ha ritenuto di sottoporre a valutazione la quota dell' azienda nella considerazione che il collaboratore di impresa familiare, ai sensi dell' art. 230-bis, Codice civile, non può essere qualificato come lavoratore dipendente ma, partecipando alle decisioni in materia di ordinaria e straordinaria amministrazione, deve essere considerato alla stregua di un socio nelle società di persone.
L' erede, invece, contesta l' assunto dell' Ufficio e la legittimità dell' azione accertatrice intrapresa, assumendo che nella successione di un partecipe a impresa familiare può cadere solo un diritto di credito per il valore degli utili non distribuiti e reinvestiti e per l' avviamento formatosi nel periodo della sua partecipazione, credito che non può costituire oggetto di accertamento.
L' Ispettorato compartimentale, esaminata la questione, dichiara di condividere la tesi del contribuente, avendo il legislatore inteso, nel corso di successioni o di trasferimento, tutelare l' integrità dell' impresa e del lavoro dei suoi partecipanti, riconoscendo a questi il diritto di prelazione sull' azienda nei confronti di terzi estranei all' impresa familiare.
Fa presente, comunque, che, nel caso in esame, è stata omessa l' indicazione nell' attivo ereditario del credito derivante dall' utile dell' impresa e dagli incrementi dalla stessa conseguiti, anche in ordine all' avviamento, nel periodo della partecipazione del de cuius nell' impresa medesima.
Esaminata la questione, la scrivente, tenuto conto della diversità di opinioni esistente in dottrina, circa la collocazione, nell' ambito dell' impresa familiare, del collaboratore familiare e considerato, altresì, che manca, in materia, un chiaro indirizzo giurisprudenziale, ha ritenuto di interpellare al riguardo l' Avvocatura generale dello Stato.
Detto organo legale, con nota 1782/83, del 22-2-1984, premesse alcune osservazioni sull' istituto dell' impresa familiare nonché sulla necessità di accertare, nei singoli casi di specie, se l' impresa familiare nasconda una società di fatto (nel qual caso, ovviamente, devono trovare applicazione le relative norme), ha osservato che la circostanza, nel caso in esame, che il contribuente fosse un farmacista non sia di per sè sufficiente a dimostrare l' esistenza di un rapporto societario con il fratello, al quale peraltro unicamente furono intestati gli atti amministrativi del caso (autorizzazione del medico provinciale ecc.).
L' organo legale ha ritenuto, pertanto, accoglibile, allo stato degli atti, l' istanza di parte in quanto nella successione in oggetto deve considerarsi caduto solo un diritto di credito per il valore degli utili non distribuiti e reinvestiti, nonché per l' avviamento formatosi nel periodo della partecipazione del defunto fratello dante causa.
Al riguardo la scrivente, ritiene di poter condividere l' anzidetto parere e invita, conseguentemente, l' Ispettorato compartimentale a voler impartire le opportune direttive del caso al dipendente Ufficio nel senso, cioè, di applicare le prescritte sanzioni di cui all' art. 51 del DPR 26-10-1972, n. 637.