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Plusvalenza per maggior valore dell'avviamento - Sentenza CTP Milano 202/2010

Plusvalenza per maggior valore dell'avviamento - Sentenza CTP Milano 202/2010 - Valutazione Azienda in 24 ore
Valore d'avviamento definito per adesione ai fini dell'imposta di registro. Esclusione automatico Accertamento del reddito da plusvalenza in via induttiva per il venditore. 
Rassegna giurisprudenza tributaria in tema di avviamento
 
Sentenza Commissione tributaria provinciale LOMBARDIA Milano, sez. III, 17-05-2010, n. 202 [Cessione d'azienda]
 
Valore d'avviamento definito per adesione ai fini dell'imposta di registro. Accertamento del reddito da plusvalenza in via induttiva per il venditore. Validità. Esclusione. Fondamento.
 
La CTP di Milano esclude che possa trovare automatica applicazione nei confronti del cedente, ai fini della determinazione della plusvalenza da assoggettare all’imposta sui redditi,  il valore dell’azienda (in particolare della componente più difficilmente computabile, costituita dall’avviamento) definito con l’acquirente ai fini dell’imposta di registro mediante l’istituto dell’accertamento con adesione.
 
Stralcio della Sentenza
 
<<La richiesta dell'ufficio di pretendere per il venditore la plusvalenza calcolata sul valore dell'atto di compravendita, definito ai fini dell'imposta di registro in capo all'acquirente, per il Collegio giudicante, non regge affatto.
La tassazione di un atto di compravendita, è cosa ben diversa se analizzata dal punto di vista del compratore, o di chi vende l'attività commerciale.
………. se il valore enunciato nell'atto venisse rettificato dall'ufficio accertatore, ben diversi sarebbero gli interessi economici delle due parti contraenti, in quanto, per il maggior valore della posta "avviamento" (che è quella che l'ufficio rettifica nella stragrande maggioranza dei casi) vengono applicate due tassazioni diverse, una per l'acquirente e l'altra per il venditore.
La maggior imposta che l'acquirente va a corrispondere all'erario, sul maggior valore definito con l'ufficio, è limitata ad una percentuale proporzionale del 3%, oltre interessi e talvolta sanzioni.
Aliquota totalmente diversa è riservata invece al venditore, e più elevata, di non poco, e tra l'altro progressiva a quella del 3% richiesta all'acquirente.
Ecco per cui, nel caso in esame, parte acquirente ha concordato il tutto con l'ufficio e nulla ha definito parte venditrice.
Pur essendo l'atto di compravendita "un unicum" fra le parti interessate, per il Collegio giudicante, ognuna delle due è "libera" di definire con l'amministrazione finanziaria, il valore dell'avviamento, che costituisce plusvalenza da assoggettare ad IRPEF, per parte venditrice.
Per i contraenti l'atto di compravendita è inteso come "universitas" dei beni aziendali, compreso l'avviamento:
tutto questo ha una doppia sfaccettatura, la cui configurazione porta ad un carico fiscale che è di peso diverso, e alquanto differente, fra le parti stesse.
Ogni parte è libera di chiudere come vuole con l'ufficio accertatore la propria posizione e, per la Sezione giudicante la definizione del valore eseguita sulla posta "avviamento" da parte del compratore, non può pregiudicare parte venditrice.
In detto caso, sul medesimo atto, possiamo avere due valori: uno per l'acquirente e l'altro per il venditore. Quindi detto valore, calcolato ai fini del registro non può essere assunto "tout court" quale elemento di prova nell'ambito degli accertamenti ai fini dell'imposta sui redditi.>>.
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