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Natura giuridica di un'impresa

Natura giuridica di un'impresa

Risoluzione Min. Fin. Dir. Gen. Tasse e Imposte indirette sugli affari 28-01-1984, n. 271163 
 
 Azienda appartenente al titolare dell' impresa familiare. Confluenza dell' intera azienda nell' attivo ereditario. Legittimità. Utili e incrementi patrimoniali. Attribuzione ai collaboratori familiari iure proprio. Compete. Passività deducibili. Sono tali; Controversie di valutazione.  
 
 Preso atto di quanto riferito dall' Ispettorato compartimentale circa la vertenza in corso in ordine alla valutazione dell' azienda ai fini dell' imposta di successione, la scrivente ritiene di dover svolgere alcune preliminari osservazioni circa la natura giuridica dell' attività svolta dall' istante e dal de cuius, attività comprensiva, appunto, dell' esercizio commerciale in questione.
Pregiudiziale, infatti, ad ogni altra indagine è - a parere della scrivente - l' identificazione della nozione di "azienda gestita da entrambi i coniugi" di cui all' art. 177 Codice civile (ove il termine "azienda" è impiegato nel senso classico di cui all' art. 2555 Codice civile, cioè come complesso di beni organizzato dall' imprenditore per l' esercizio dell' impresa) in relazione all' "impresa familiare" di cui all' art. 230-bis Codice civile.
Occorre inoltre precisare che deve parlarsi di "azienda gestita da entrambi i coniugi" allorché i coniugi provvedano congiuntamente alla sua gestione, cioè all' esercizio dell' impresa. Pertanto, il complesso di beni organizzato a tal fine dai coniugi, se costituito in epoca successiva al matrimonio, cade integralmente in comunione ai sensi dell' art. 177 Codice civile.
Il successivo art. 230-bis Codice civile disciplina, invece, la diversa figura dell' "impresa familiare", definita come "quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo".
Va sottolineato che, alla luce della più accreditata dottrina e giurisprudenza in materia, l' azienda gestita da entrambi i coniugi deve apparire ai terzi condotta dall' uno e/o dall' altro coniuge, mentre l' impresa familiare si configura nei confronti dei terzi come condotta da un solo soggetto (titolare). Infatti, mentre per l' art. 177 Codice civile è necessaria la "gestione comune" dell' azienda, per l' art. 230-bis è sufficiente una mera collaborazione. Analogamente, mentre l' art. 177 fa riferimento alla contitolarità del diritto di azienda, l' art. 230-bis fa riferimento alla contitolarità del diritto di impresa.
Da tali pure frammentarie osservazioni emerge che non poche sono le differenze d' ordine giuridico riscontrabili tra i due menzionati istituti, di talché accertare nel caso concreto se si sia dato vita ad una "azienda gestita da entrambi i coniugi" ovvero ad una "impresa familiare" non è frutto di mera disquisizione accademica senza rilevanti conseguenze sul piano pratico.
Può solamente riassumersi, infatti, che l' ipotesi in cui due coniugi, soggetti al regime della comunione legale, cogestiscano un' impresa (comunione nell' esercizio dell' impresa) dà vita alla figura dell' "azienda gestita da entrambi i coniugi" con la conseguente applicazione dell' art. 177 Codice civile (è evidente che in tale ipotesi la gestione dell' azienda comune non si sottrae alle regole proprie della gestione della comunione). Diversamente, nell' ipotesi in cui due coniugi non soggetti al regime della comunione legale gestiscano un' azienda dovrà farsi riferimento alla diversa normativa dell' art. 230-bis, ricorrendo la figura di "impresa familiare costituita unicamente dai due coniugi".
Tutto ciò premesso, per quanto concerne il caso oggetto d' esame, la scrivente deve osservare che da un primo esame della vicenda potrebbe evincersi che l' azienda commerciale configuri la fattispecie di cui all' art. 177 ("azienda gestita da entrambi i coniugi e costituita dopo il matrimonio") con la conseguenza che, essendo l' azienda medesima oggetto di comunione legale, al coniuge superstite perviene in successione solamente metà dell' azienda (la sola quota del de cuius). Nondimeno, l' approfondito esame della documentazione trasmessa dall' Ispettorato ed, in particolare, dell' atto dichiarativo dell' impresa familiare (atto che l' erede erroneamente invoca per sostenere che è caduto in successione solo il 50 per cento dell' azienda) induce a concludere che l' azienda commerciale in oggetto non integra la fattispecie prevista dall' art. 177 bensì la diversa fattispecie dell' "impresa familiare" disciplinata dall' art. 230-bis.
Infatti, il menzionato atto dichiarativo dell' impresa familiare, registrato il 28-12-1976, conferma che a tale data:
1) unica era la titolarità dell' azienda; per cui, nei confronti dei terzi, l' impresa familiare è sempre apparsa condotta da un solo soggetto;
2) il titolare, nell' attività dell' azienda, si avvaleva "in modo continuativo della collaborazione della moglie..." la quale svolgeva "mansioni di collaboratrice", e per l' art. 230-bis è sufficiente una mera collaborazione (mentre per l' art. 177 è necessaria - come detto - la gestione comune dell' azienda).
Peraltro il "titolare" stesso dichiara espressamente "di svolgere la propria attività con le forme e modalità dell' impresa familiare, ai sensi e per gli effetti dell' art. 230-bis".
Da ciò, pertanto, non può non evincersi che l' istante ed il dante causa esercitavano un' impresa familiare costituita per l' esercizio di attività commerciali, tra cui quella relativa all' azienda concessionaria, e che - essendo unico il titolare ed il proprietario dell' impresa (l' esistenza della quale, quindi, non comporta affatto - come sostenuto dall' istante - una contitolarità, comproprietà o comunione familiare tra i coniugi) - in caso di decesso dello stesso cade in successione l' intera impresa, a nulla rilevando la dichiarazione (contenuta nell' atto enunciativo) secondo cui le quote di partecipazione agli utili dell' impresa familiare erano stabilite nella percentuale del 50 per cento per il "titolare" e del 50 per cento per la "collaboratrice". Tale dichiarazione dà diritto solamente, in caso di morte del titolare, alla percezione della corrispondente parte degli utili e degli incrementi patrimoniali. E' noto, infatti, che la figura dell' impresa familiare è imperniata su un diritto di partecipazione agli utili dell' impresa ed ai beni con essi acquistati nonché agli incrementi dell' azienda sottostante.
Sulla base di tali necessarie osservazioni, la scrivente può, ora, concordare con quanto proposto dall' Ispettorato per la composizione della vertenza in oggetto alla luce della normativa sul condono fiscale.