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Il fair value nella valutazione degli asset aziendali

Ias, sistema ibrido tra costo storico e valore di mercato
Ias, sistema ibrido tra costo storico e valore di mercato

di Mauro Bini
Il Sole 24 Ore
Domenica 17 agosto 2008

Gli Ias/Ifrs sono considerati un sistema di principi a fair value. In realtà gli Ias fanno convivere misure a costo storico con misure a fair value.

In effetti, gran parte delle critiche mosse agli Ias/Ifrs attiene al fatto di non essere un sistema contabile puro: nè un sistema a fair value nè un sistema a costo storico. Gli Ias/Ifrs non sono neppure un sistema misto, quale potrebbe essere un sistema che prevedesse la misurazione a fair value di tutte le attività e passività finanziarie e a costo storico di tutte le attività e passività operative.

Ma se non sono nè un sistema puro, nè un sistema misto, gli Ias/Ifrs cosa sono? La risposta è semplice: un sistema ibrido. E' tale un sistema dove una stessa attività può essere misurata in molti modi diversi e con impatti diversi a conto economico (si pensi alle opzioni dello Ias 39 sugli strumenti finanziari) o dove le misure riferite ad attività diverse pur quando rilevate in tempi diversi non sono coerenti tra loro, basti pensare che l'acquisto di un macchinario è contabilizzato al prezzo lordo di acquisto (il past gross entry price, Ias 16.16), le imposte differite al più probabile ammontare futuro (il most likely future amount, Ias 12.45-46) o al futuro prezzo netto di smobilizzo (il future net exit price, Ias 12.24) e i derivati al prezzo corrente di cessione (il current exit price, Ias 39.9 e 16).

La confusione è arrivata ad un punto tale che anche lo Ias Board sente la necessità di mettervi ordine. A tal fine il Board ha richiesto allo staff di censire tutte le diverse misure di contabilizzazione che convivono negli Ias/Ifrs. Lo staff ne ha individuate 27, di cui 22 riferibili a varianti di fair value e cinque a varianti di costo storico. L'occasione da parte del Board di realizzare la semplificazione auspicata è offerta dalla revisione in atto del conceptual framework e più in particolare della parte del nuovo framework dedicata alla misurazione. La semplificazione cui mira il Board poggia su tre principi chiave: (a) una specifica attività o passività deve essere rilevata contabilmente sulla base di una sola misura (ad esmepio il costo o il fair value); (b) ciascuna misura deve essere definita univocamente senza alternative (ci deve essere un solo fair value e un solo costo storico per una stessa attività); (c) le misure di costo e di fair value applicate alle diverse attività e passività devono essere coerenti fra loro (ad esempio, il costo storico e il fair value debbono esprimere, rispettivamente, un prezzo storico e un prezzo corrente, ma in entrambi i casi deve trattarsi di una stessa tipologia di prezzo, ad esempio: un exit price al netto dei costi di cessione o un entry price al lordo degli oneri di acquisto).

I tre principi sono molto difficili da implementare perché presuppongono una eguaglianza fra attività (e passività) di impresa che nella realtà non esiste.

Accettiamo l'idea che il fair value di un'attività debba esprimere il valore realizzabile sul mercato il giorno dopo l'acquisto (il day one). Mentre è facile presume che nel caso di un'attività finanziaria il prezzo di acquisto equivalga anche al prezzo di vendita e che quindi per queste attività alla data di initial recognition il costo storico e il fair value coincidano, questo non è il caso delle attività operative sia perché il mercato di vendita può essere diverso da quello di acquisto sia perché il bene acquistato può avere caratteristiche uniche. Consideriamo il caso classico dell'acquisto di un'auto. Supponiamo che il prezzo di acquisto dell'auto nuova sia pari a 1.000. Ipotizziamo che la vendita sul mercaro dell'usato, il day one, sia 800. La contabilità dovrebbe iscrivere il cespite a 1.000 o a 800? Il costo storico, in senso stretto, è 1.000 (e questo è un gross entry price). Se l'impresa ha acquistato il cespite in vista di benefici futuri questo è anche il valore in uso che l'impresa conta di recuperare dal cespite tramite i flussi di cassa futuri. Se, tuttavia, il criterio del costo imponesse di iscrivere il valore del cespite al minore fra il costo di acquisto e il suo fair value (inteso come valore di cessione sul mercato il giorno dopo l'acquisto) la contabilità dovrebbe rilevare il valore del cespite per 800 e un costo per 200 in conto economico. Così facendo, però, verrebbe meno quel matching tra costi e ricavi futuri che l'ammortamento di 1.000 lungo la vita del cespite consente di realizzare e che, invece, l'ammortamento di 800 e la rilevazione di un costo iniziale di 200 non consentono.
La soluzione starebbe nel modificare la definizione di fair value applicabile a un cespite operativo, ma si violerebbe l'obiettivo che ci si prefigge con la semplificazione: adottare una eguale definizione di fair value per tutte le attività e passività. Il problema si complica quando oggetto di acquisto è un bene unico, ad esempio un brand. Il prezzo di acquisto di un brand è funzione anche delle sinergie che lo specifico acquirente è in grado di realizzare. Spesso si tratta di sinergie non realizzabili dagli altri partecipanti al mercato. L'unica configurazione di valore in grado di catturare queste sinergie è il deprival value (ovvero il valore attuale dei flussi di risultato cui l'impresa dovrebbe rinunciare in caso di cessione del cespite il giorno dopo l'acquisto). Peccato che il deprival value sia stato escluso dallo Ias Board dalle possibili configurazioni di valore eleggibili come misure di fair value, in quanto non coerente con il fair value applicabile a cespiti non operativi.

A mio avviso occorre riconoscere una verità di fondo. Il fair value è un'ottima misura contabile per quelle attività per le quali prezzo e valore tendono (sostanzialmente) a coincidere. Quando prezzi e valori coincidono anche entry price e exit price coincidono. Peccato che ciò accada solo per le attività e passività finanziarie scambiate in mercati attivi. In tutti gli altri casi questa coincidenza non c'è. Ma bisognerebbe chiedersi se, in tutti questi altri casi, il ricorso al fair value aggiunga veramente informazione che ha valore per il fruitore di bilancio.