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Concordato con continuità aziendale (art. 186-bis l.f.)

Concordato con continuità aziendale (art. 186-bis l.f.) - Valutazione Azienda in 24 ore

Il concordato preventivo con continuità aziendale disciplinato dalla legge falimentare. Presupposti, finalità e vantaggi, anche alla luce delle più recenti sentenze dei tribunali di merito.

CONCORDATO PREVENTIVO CON CONTINUITÀ AZIENDALE

L’art. 33, comma 1, lett. h) del D.L. n. 83 del 22 giugno 2012 (cd. Decreto Sviluppo), convertito nella L. 134 del 7 agosto 2012, ha aggiunto nella legge fallimentare l’art. 186-bis con cui viene dettata una specifica disciplina per il concordato preventivo con continuità aziendale, più aderente alle necessità delle imprese che intendano proseguire la loro attività nonostante lo stato di crisi in cui sono incorse e che ritengano di possedere le caratteristiche per poterla superare mediante adeguate correzioni di rotta.

Il concordato preventivo, disciplinato dagli artt. 160 e seguenti della legge fallimentare, è una procedura concorsuale alla quale l’imprenditore, avente i requisiti di fallibilità di cui all’art. 1 della l.f. (superamento nel triennio precedente anche di uno solo dei seguenti parametri: attivo superiore ad € 300.000; fatturato superiore ad € 200.000; debiti non scaduti superiori ad € 500.000), allo scopo di ristrutturare i debiti aziendali, riequilibrando la situazione patrimoniale dell’impresa, può accedere presentando apposito piano particolareggiato con cui propone ai propri creditori di soddisfarli in una ben determinata misura, variabile per categorie di creditori, mediante pagamento in danaro od in varie altre forme, quali l’attribuzione, anche a società partecipate dai creditori, di quote del capitale o di altri strumenti finanziari della società concordataria, la cessione di beni, l’accollo, od altre operazioni straordinarie di impresa; il medesimo piano, può anche prevedere l’attribuzione delle attività delle imprese interessate dalla proposta di concordato ad un assuntore. In questa ultima circostanza possono costituirsi assuntori anche i creditori o società da questi partecipate o da costituire nel corso della procedura, le cui azioni siano destinate ad essere assegnate ai creditori per effetto del concordato.

Può essere inoltre prevista (ed è opportuno che lo si faccia) la suddivisione dei creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omogenei stabilendo trattamenti differenziati tra creditori appartenenti a classi diverse.

Con l’art. 4, comma 1, lett. a), D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2015, n. 132, il legislatore, evidenziando la propria propensione per il concordato con continuità aziendale, ha introdotto un ultimo comma (il quarto) all’art. 160 l.f., ivi prevedendo che “In ogni caso la proposta di concordato deve assicurare il pagamento di almeno il venti per cento dell’ammontare dei crediti chirografari. La disposizione di cui al presente comma non si applica al concordato con continuità aziendale di cui all’articolo 186-bis”.

La disciplina di favore per il concordato con continuità aziendale, in attesa di quella più incisiva preannunciata con la riforma “Rordorf”, che porterà alla verosimile scomparsa del concordato di tipo liquidatorio, è inoltre sancita dal nuovo comma (quinto) dell’art. 163 l.f., aggiunto dall’ art. 3, comma 1, lett. c), del predetto D.L. n. 83/2015, il quale prevede che le proposte concorrenti (disciplinate nel comma 4 dell’art. 163 l.f., aggiunto dal medesimo art. 3 del D.L. 83/2015) formulate da creditori qualificati, che vantino cioè crediti superiori al 10% del totale, “non sono ammissibili se nella relazione di cui all’articolo 161, terzo comma, il professionista attesta che la proposta di concordato del debitore assicura il pagamento di almeno il quaranta per cento dell’ammontare dei crediti chirografari o, nel caso di concordato con continuità aziendale di cui all’articolo 186-bis, di almeno il trenta per cento dell’ammontare dei crediti chirografari. La proposta può prevedere l'intervento di terzi e, se il debitore ha la forma di società per azioni o a responsabilità limitata, può prevedere un aumento di capitale della società con esclusione o limitazione del diritto d'opzione”.

L’imprenditore che intenda ricorrere alla procedura di concordato preventivo deve presentare al tribunale competente, quello cioè del luogo in cui l’impresa ha la propria sede principale, oltre al ricorso, contenente il piano e la proposta, la documentazione indicata dall’art. 161, commi 2, 3 e 4, della L.F..

Dovrà in particolare allegare alla domanda di concordato oltre ad una aggiornata relazione sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa, ad uno stato analitico ed estimativo delle attività ed elenco nominativo dei creditori con la specificazione delle relative cause di prelazione, anche un piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta (a seguito delle modifiche introdotte dal D.L. 83/2015 all’art. 161 l.f. la proposta dovrà in ogni caso indicare l’utilità “specificamente individuata ed economicamente valutabile” per ciascun creditore) nonché una relazione predisposta da professionista indipendente, designato dal debitore, in possesso dei requisiti di cui all’art. 67, comma 3, lettera d), l.f., che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano.

Oltre che con riguardo alla specifica disciplina dettata per il concordato con continuità aziendale l’istituto che ci occupa ha acquisito maggiore gradimento presso il mondo delle imprese anche per alcune ulteriori novità introdotte dal D.L. 83/2012, cd. Decreto Sviluppo.

È stata innanzitutto inserita la facoltà per l’imprenditore di presentare ricorso per concordato preventivo con riserva di presentazione del piano, contenente la proposta, e della documentazione prescritta dai commi 2 e 3 dell’art. 161 della L.F., spesso denominato, significativamente, “in bianco” o “preconcordato”.

Tale opzione è prevista dall’art. 161, comma 6, della L.F., il quale prescrive il solo deposito della domanda di concordato preventivo e dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, oltre che, non avendone consentito l’omissione, della delibera autorizzativa di cui all’art. 152 l.f. (che  secondo alcuni tribunali dovrebbe essere  rinnovata in sede di presentazione del piano definitivo onde acquisire autorizzazione sul contenuto specifico della proposta).

È tuttavia necessario, ai sensi del comma 9 del medesimo art. 161, che nei due anni precedenti l’impresa non abbia presentato altra domanda ai sensi del medesimo sesto comma, alla quale non abbia fatto seguito l'ammissione alla procedura di concordato preventivo o l'omologazione dell'accordo di ristrutturazione dei debiti.

Con la domanda di concordato con riserva l’imprenditore beneficia immediatamente (dalla data della sua pubblicazione nel registro delle imprese) delle protezioni del patrimonio aziendale, essendo da tale momento, ai sensi dell’art. 168 l.f., inefficaci le azioni esecutive e cautelari avviate o proseguite dai creditori anteriori.

La proposta completa, corredata dal piano e integrata della restante documentazione di cui all’art. 161 l.f., dovrà poi essere depositata entro un termine fissato dal Giudice, che oscilla dai 60 ai 120 giorni, a seconda che siano state presentate o meno istanze di fallimento nei confronti dell’imprenditore, prorogabile in presenza di giustificati motivi  per ulteriori 60 giorni.

Per tutte le tipologie di concordato, sia con continuità che di natura liquidatoria, il settimo comma dell’art. 161, dispone che “Dopo il deposito del ricorso e fino al decreto di cui all'articolo 163 il debitore può compiere gli atti urgenti di straordinaria amministrazione previa autorizzazione del tribunale, il quale può assumere sommarie informazioni e deve acquisire il parere del commissario giudiziale, se nominato. Nello stesso periodo e a decorrere dallo stesso termine il debitore può altresì compiere gli atti di ordinaria amministrazione. I crediti di terzi eventualmente sorti per effetto degli atti legalmente compiuti dal debitore sono prededucibili ai sensi dell'articolo 111”.

Sempre con valenza per tutte le fattispecie di concordato preventivo, l’ottavo comma dell’art. 161, dispone che “Con il decreto che fissa il termine di cui al sesto comma, primo periodo, il tribunale deve disporre gli obblighi informativi periodici, anche relativi alla gestione finanziaria dell'impresa e all'attività compiuta ai fini della predisposizione della proposta e del piano, che il debitore deve assolvere, con periodicità almeno mensile e sotto la vigilanza del commissario giudiziale se nominato, sino alla scadenza del termine fissato. Il debitore, con periodicità mensile, deposita una situazione finanziaria dell'impresa che, entro il giorno successivo, è pubblicata nel registro delle imprese a cura del cancelliere. In caso di violazione di tali obblighi, si applica l'articolo 162, commi secondo e terzo. Quando risulta che l'attività compiuta dal debitore è manifestamente inidonea alla predisposizione della proposta e del piano, il tribunale, anche d'ufficio, sentito il debitore e il commissario giudiziale se nominato, abbrevia il termine fissato con il decreto di cui al sesto comma, primo periodo. Il tribunale può in ogni momento sentire i creditori”.

Il Decreto sviluppo ha inoltre introdotto nella legge fallimentare il nuovo art. 182-quinquies che concede all’imprenditore che presenta una domanda di concordato preventivo con continuità aziendale, anche se con riserva ai sensi del citato comma 6 dell’art. 161 l.f., la facoltà di chiedere al tribunale di essere autorizzato a contrarre finanziamenti, prededucibili ai sensi dell’art. 111 l.f., purché un professionista nominato dal debitore, in possesso dei requisiti di indipendenza richiesti dall’ art. 67, c. 3, lett. d, l.f., attesti che tali finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori.

Detta autorizzazione, ed è l’unico caso in cui ciò risulti ammissibile, “può riguardare anche finanziamenti individuati soltanto per tipologia ed entità, e non ancora oggetto di trattative”.

Sul contenuto dell’attestazione da rendere da parte del professionista il Tribunale di Terni, con Decreto del 14-01-2013, stabilisce che la funzionalità alla migliore soddisfazione dei creditori dei finanziamenti contemplati dall'articolo 182-quinquies, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), deve essere rapportata ai valori patrimoniali attivi e passivi dell'impresa debitrice e l'idoneità allo scopo dei finanziamenti in questione può ritenersi sussistente quando: a) si generi un reddito positivo con conseguente incremento del valore del patrimonio aziendale (aumento dell'attivo / diminuzione del passivo / incremento indiretto del valore patrimoniale, come ad esempio dell'avviamento); b) si generi una perdita, ma ciò nonostante il patrimonio aziendale non subisca una riduzione non tanto sul piano meramente contabile ma in termini di valore realizzabile e destinabile ai creditori; al quesito deve, invece, darsi risposta negativa quando c) dalla prosecuzione dell'attività di impresa derivi una perdita e il valore di realizzo del patrimonio aziendale subisca una riduzione.

Il D.L. n. 83/2012, modificando il comma 1 dell’art. 182-quater della L.F., ha anche esteso la prededucibilità prevista dall’art. 111 della L.F. ai crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati in esecuzione di un concordato preventivo di cui agli articoli 160 e seguenti.

Il quinto comma dell’art. 182-quinquies prevede poi che il debitore che ha depositato una domanda di concordato con continuità aziendale, anche ai sensi dell’art. 161, comma 6, l.f. (cioè con riserva), può essere autorizzato dal tribunale, assunte se del caso sommarie informazioni, a pagare crediti anteriori per prestazioni di beni o servizi, se un professionista indipendente in possesso dei requisiti di cui all’ art. 67, c. 3, lett. d, l.f., attesti che tali prestazioni sono essenziali per la prosecuzione dell’attività di impresa e funzionali ad assicurare la migliore soddisfazione dei creditori, tale attestazione non è necessaria per pagamenti effettuati fino a concorrenza dell’ammontare di nuove risorse finanziarie che vengano apportate al debitore senza obbligo di restituzione o con obbligo di restituzione postergato alla soddisfazione degli altri creditori.

Al riguardo, il Tribunale di Cuneo, Sez. fall., con decreto del  31-10-2013, ha stabilito che in tema di concordato preventivo con continuità aziendale, configurabile anche nell'ipotesi di affitto d'azienda autorizzato dal tribunale in pendenza di domanda con riserva, può essere autorizzato il pagamento di crediti anteriori per prestazioni di servizi nella verificata sussistenza dei requisiti di essenzialità della prestazione per la prosecuzione dell'attività d'impresa e di funzionalità al miglior soddisfacimento dei creditori, ai sensi dell'art. 182 quinquies, quarto comma, l.fall. attestati da professionista in possesso dei requisiti di cui all'art. 67, terzo comma, lett. d), l.fall..

Ai sensi dell’art. 182-sexies dal momento del deposito della domanda per l’ammissione al concordato preventivo, anche se con riserva, e sino all’omologazione, non operano le cause di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale.

Con l’introduzione dell’art. 186-bis l.f. il concordato preventivo può, quindi, realmente avere oltre che una finalità liquidatoria anche una finalità di prosecuzione delle attività di impresa, con tutti i positivi riflessi che ciò può arrecare al sistema economico-sociale ove ne ricorrano in concreto i presupposti legali e di mercato e non vi siano meri intenti dilatori della dichiarazione di fallimento.

TRATTI ESSENZIALI DEL CONCORDATO PREVENTIVO CON CONTINUITÀ AZIENDALE

Il concordato preventivo con continuità aziendale mira a salvaguardare la prosecuzione dell’attività imprenditoriale e come l’abrogato istituto dell’amministrazione controllata risulta finalizzato a superare stati di crisi aziendali, anche molto gravi, ove sia cioè già ravvisabile un vero e proprio stato di insolvenza, che possono essere considerate temporanee e reversibili solo per effetto di interventi radicali e straordinari di ristrutturazione degli assetti patrimoniali dell’impresa, oltre che di processi di risanamento capaci di incidere sensibilmente sulle prospettive economico-finanziarie dell’impresa stessa.

Il piano concordatario può prevedere la prosecuzione dell’attività di impresa da parte del debitore o da parte di terzi che rilevino l’azienda mediante compravendita o atto di conferimento.

In merito alla configurabilità del concordato in continuità nell’ipotesi di affitto di azienda, non espressamente prevista dall’art. 186-bis l.f., il Tribunale di Avezzano, con Decreto del 25-10-2014, ha avuto modo di affermare che l'affitto di azienda è compatibile con il concordato preventivo con continuità aziendale solo qualora la proposta preveda esplicitamente l'obbligo di acquisto dell'azienda in capo all'affittante, atteso che tale previsione rende la proposta conforme al dettato normativo dell'art. 186-bis l. fall., il quale annovera la cessione e il trasferimento alludendo al trasferimento definitivo in capo ad un terzo del rischio di impresa e consente ai creditori di conseguire un'informazione accurata ed adeguata sull'ipotesi di risoluzione della crisi da esaminare (nel caso di specie, il Tribunale ha altresì ritenuto eccessiva una durata della procedura di sette anni, alla luce del principio della ragionevole durata del processo fallimentare che non può eccedere i sei anni).

Sulla durata del concordato il Tribunale di Forlì, con Decreto del 18-06-2014, ha evidenziato che alla stregua dei principi contabili vigenti, la durata quinquennale di un piano concordatario rappresenta il limite temporale massimo entro cui è possibile effettuare l'attestazione.

Ritornando all’ipotizzabilità di un concordato in continuità attuato mediante lo schema del fitto di azienda, il Tribunale di Ravenna, con Decreto del 19-08-2014, ha stabilito che nell'ambito del concordato con continuità aziendale di cui all'articolo 186 bis L.F., la esplicita previsione del requisito della "cessione di azienda in esercizio" consente di escludere che il concordato con continuità possa essere attuato tramite la distinta ipotesi dell'affitto di azienda.

Al riguardo il Tribunale di Patti, con Decreto del 12-11-2013, ha stabilito che ove l'imprenditore abbia concesso in affitto la propria azienda in epoca precedente alla presentazione della proposta concordataria - avanzata ai sensi dell'art. 186-bis, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), - e in quest'ultima si preveda la prosecuzione dell'attività per mezzo dell'affittuario della stessa azienda, senza che sia contestualmente previsto un obbligo di acquisto a suo carico entro un dato termine, non può trovare applicazione la speciale disciplina dettata dall'art. 186-bis, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), non potendo qualificarsi la fattispecie come concordato con continuità aziendale.

Sullo stesso tema, il Tribunale di Cuneo (Decreto del 29-10-2013) reputa che lo spartiacque tra concordato liquidatorio e con continuità aziendale, secondo il nuovo disegno introdotto dal "decreto sviluppo" (D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge 7 agosto 2012, n. 134, in vigore dall'11 settembre 2012) è di tipo oggettivo e non soggettivo, rilevando in principalità che l'azienda sia in esercizio tanto al momento dell'ammissione al concordato, quanto all'atto del suo successivo trasferimento.

Con Decreto del 27/02/2013 il Tribunale di Bolzano stabilisce al riguardo che l'articolo 186-bis, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), il quale disciplina il concordato con continuità aziendale, nel prevedere la prosecuzione dell'attività di impresa da parte del debitore, non distingue tra attività esercitata direttamente ed attività esercitata indirettamente dal debitore imprenditore, con la conseguenza che quella di affitto di azienda deve necessariamente ritenersi compresa nell'esercizio dell'attività di impresa e che l'affitto di azienda può rientrare in una delle ipotesi di continuità espressamente previste dal citato articolo 186-bis.

Il Tribunale di Terni, con Decreto del 12-02-2013, stabilisce che il contratto di affitto d'azienda non rientra nella figura del concordato con continuità, che l'art. 186-bis, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), circoscrive alle sole tre ipotesi di prosecuzione dell'attività d'impresa da parte del debitore, di cessione dell'azienda in esercizio e di suo conferimento in una società, anche di nuova costituzione, con esclusione dell'affitto d'azienda, anche se previsto in funzione della successiva cessione di azienda.

Il piano di concordato in continuità può anche prevedere la liquidazione di taluni beni non funzionali all’esercizio dell’impresa.

In merito alla necessità di disporre la nomina del liquidatore giudiziale, in caso di concordato misto, il Tribunale di Nola, Sez. I, con Decreto del 23-09-2014, ha stabilito che poiché l'art. 182 L.F. prevede la nomina del liquidatore giudiziale soltanto nel caso in cui il concordato preveda la cessione dei beni, a detta nomina non è necessario provvedere in ipotesi di concordato con continuità aziendale o di concordato cosiddetto misto, il quale preveda la continuità aziendale ed anche la liquidazione dei beni non necessari alla prosecuzione dell'attività.

Il Tribunale di Ravenna, sul medesimo punto, con Decreto del 19-08-2014, ha affermato che il piano di concordato può prevedere anche la liquidazione di beni non funzionali all'esercizio dell'impresa. La natura "mista" del piano, pertanto, non esclude che lo stesso debba essere comunque considerato anche quale concordato in continuità, nel senso che la prosecuzione diretta od indiretta dell'attività caratteristica può tollerare la liquidazione di tutti i cespiti mobiliari o immobiliari che non risultino strettamente necessari, funzionali all'esercizio dell'impresa. Si tende a favorire, per quanto possibile, soluzioni concordatarie non esclusivamente liquidatorie e che non abbiano quale risultato unico quello della progressiva "desertificazione" del tessuto produttivo, imprenditoriale ed occupazionale del paese.

Il Tribunale di Chieti (Decreto del 15-10-2013) ha al riguardo stabilito che poiché l'articolo 186-bis, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), non contiene alcuna specifica disciplina dell'esecuzione del concordato con continuità aziendale, si deve ritenere che, in questo tipo di concordato, non sia necessaria la nomina di un liquidatore giudiziale e che l'attività debba proseguire, anche relativamente alla liquidazione, in capo agli amministratori e sotto il controllo del commissario giudiziale e del giudice delegato, i quali vigileranno affinché non siano compiute operazioni straordinarie non previste dal piano o che possano pregiudicare il pagamento dei creditori concorsuali.

Al fine di garantire la validità del piano, l’art. 186-bis l.f., comma 2, prevede che:

- esso debba contenere anche un’analitica indicazione dei costi e dei ricavi attesi dalla prosecuzione dell’attività d’impresa, delle risorse finanziarie necessarie e delle relative modalità di copertura;

- la relazione del professionista di cui all’art. 161, comma 3, debba anche attestare che la prosecuzione dell’attività d’impresa prevista dal piano di concordato è funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori.

Per il Tribunale di Ravenna (Decreto del 19-08-2014) la relazione del professionista indipendente di cui all'art. 161, c. 2, lett. e), deve attestare anche la funzionalità della prosecuzione dell'attività d'impresa al miglior soddisfacimento dei creditori. E', peraltro, ritenuta ammissibile una continuità aziendale temporanea, e cioè volta ad eseguire progetti o contratti specifici che portino favorevoli risultati ai creditori, sotto forma di incasso di somme, ma anche di conservazione del valore degli assetti aziendali, in vista di una successiva liquidazione o cessione a terzi, con quanto ne consegue in termini di miglior soddisfacimento dei creditori.

Circa il contenuto generale dell’attestazione di veridicità e di fattibilità del professionista, che riguarda ovviamente anche il caso dei concordati di tipo liquidatorio, il Tribunale di Firenze, con Decreto del 07-01-2013, ha avuto modo di affermare che l'attestazione del professionista di cui all'art. 161, comma 3, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), deve offrire garanzia ai creditori, come al giudice, sull'esito positivo delle analisi compiute dal debitore rispetto ai dati aziendali e sulla conseguente verosimile certezza che quanto previsto nel piano possa effettivamente realizzarsi nei modi e tempi proposti. Un'attestazione che esprima valutazioni sulla fattibilità di mera "possibilità" o anche "probabilità" è priva dei requisiti prescritti per legge e deve quindi condurre all'inammissibilità della proposta concordataria, ove il professionista incaricato non provveda a rivederla nel termine all'uopo assegnabile dal tribunale.

Sul medesimo punto il Tribunale di Roma, con Decreto del 25-07-2012, ha affermato che l'attestazione che accompagna la proposta di concordato non deve essere condizionata, salvo che non possa compiersi un giudizio di elevata probabilità circa il verificarsi dell'evento futuro.

Più in particolare sulle valutazioni da eseguire per enucleare la prospettiva di continuità aziendale (cd. going concern), la Sezione ottava del Tribunale di Milano, con Decreto del 07-05-2012, ha statuito che la valutazione della sussistenza della continuità aziendale comporta un giudizio prospettico sulla capacità dell'impresa di generare disponibilità liquide e mezzi equivalenti, della loro tempistica e del loro grado di certezza, che deve essere condotto sulla base di indicatori finanziari, di indicatori gestionali e di altri indicatori (capitale ridotto al di sotto del minimo legale; esistenza di rischi connessi alla soccombenza in giudizi civili e fiscali; effetti di modifiche legislative o politiche governative).

Al fine di preservare la continuità aziendale, vengono previste per l’imprenditore alcuni ulteriori benefici, tra cui la  possibilità di inserire nel piano una moratoria fino a un anno dall’omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, salvo che sia prevista la liquidazione dei beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione (in tal caso, i creditori muniti di cause di prelazione non hanno diritto al voto).

Sulla dilazione temporale dei creditori privilegiati il Tribunale di Ravenna, con Decreto del 19-08-2014, ha ritenuto che il legislatore non ha vietato la dilazione temporale oltre l'anno del pagamento dei creditori previlegiati, ma ha introdotto una facoltà ulteriore rispetto a quella prevista in via generale dall'art. 160, c. 2, da un lato, prevedendo una moratoria annuale che potrebbe giustificare in ambito concorsuale la stessa sospensione legale del pagamento degli interessi; dall'altro, ribadendo la necessità del rispetto di quanto previsto dal citato art. 160, c. 2, disciplinando espressamente il diritto di voto con riferimento ai creditori privilegiati generali od a quelli speciali che non vedano liquidato il bene oggetto della garanzia o che subiscano una dilazione ultrannuale e contemporaneamente superiore al tempo di presumibile alienazione del bene stesso.

Al riguardo il Tribunale di Marsala, con Decreto del 05-02-2014, ha ritenuto che in caso di sospensione del pagamento dei privilegiati ai sensi dell'art. 186-bis, comma 2, lett. c), e sempre che siano riconosciuti gli interessi di mora, i creditori privilegiati non votano in quanto la soluzione concordataria, prevedendo una soddisfazione comunque contenuta in tempi brevi, non disallinea la loro posizione rispetto a quanto conseguirebbero con la liquidazione fallimentare, rendendo gli stessi indifferenti all'una o all'altra soluzione. La previsione di un termine di pagamento dei privilegiati contenuto nei dodici mesi successivi alla moratoria deve ritenersi pienamente rispettoso del dettato dell'art. 186-bis, lett. c), legge fallim. in quanto è coerente con l'esigenza espressa dalla norma di assicurarne una soddisfazione in tempi contenuti.

Per i Giudici del Tribunale di Padova (Decreto del 30-05-2013) è inammissibile la proposta di concordato preventivo con continuità aziendale nella quale si preveda il pagamento dilazionato dei creditori muniti di pegno, privilegio o ipoteca oltre la moratoria annuale.

Altro vantaggio offerto dal legislatore a salvaguardia della continuità aziendale è costituito dal fatto che l’apertura della procedura non risolve i contratti in corso di esecuzione alla data di deposito del ricorso, anche stipulati con pubbliche amministrazioni; non viene inoltre impedita la continuazione di contratti pubblici se il professionista designato dal debitore di cui all’art. 67 l.f. ha attestato la conformità al piano e la ragionevole capacità di adempimento. Di tale continuazione può beneficiare, in presenza dei requisiti di legge, anche la società cessionaria o conferitaria d’azienda o di rami d’azienda cui i contratti siano trasferiti.

Ai sensi del quarto comma dell’art. 186-bis (come modificato dall’ art. 13, comma 11-bis, D.L. 23 dicembre 2013, n. 145, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2014, n. 9) “Successivamente al deposito del ricorso, la partecipazione a procedure di affidamento di contratti pubblici deve essere autorizzata dal tribunale, acquisito il parere del commissario giudiziale, se nominato; in mancanza di tale nomina, provvede il tribunale”.

Ai sensi del successivo comma 5, “L'ammissione al concordato preventivo non impedisce la partecipazione a procedure di assegnazione di contratti pubblici, quando l'impresa presenta in gara:

a)  una relazione di un professionista in possesso dei requisiti di cui all'articolo 67, terzo comma, lettera d), che attesta la conformità al piano e la ragionevole capacità di adempimento del contratto;

b)  la dichiarazione di altro operatore in possesso dei requisiti di carattere generale, di capacità finanziaria, tecnica, economica nonché di certificazione, richiesti per l'affidamento dell'appalto, il quale si è impegnato nei confronti del concorrente e della stazione appaltante a mettere a disposizione, per la durata del contratto, le risorse necessarie all'esecuzione dell'appalto e a subentrare all'impresa ausiliata nel caso in cui questa fallisca nel corso della gara ovvero dopo la stipulazione del contratto, ovvero non sia per qualsiasi ragione più in grado di dare regolare esecuzione all'appalto. Si applica l'articolo 49 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163.

Fermo quanto previsto dal comma precedente, l'impresa in concordato può concorrere anche riunita in raggruppamento temporaneo di imprese, purché non rivesta la qualità di mandataria e sempre che le altre imprese aderenti al raggruppamento non siano assoggettate ad una procedura concorsuale. In tal caso la dichiarazione di cui al quarto comma, lettera b), può provenire anche da un operatore facente parte del raggruppamento”.

La determina n. 3 del 23.4.2014 dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e la successiva e modificativa determina n. 5 del 8.4.2015 dell'Autorità Nazionale anti corruzione ritiene applicabile in materia di appalti pubblici il disposto dell'art. 186 bis l. fall. anche nel caso di presentazione di concordato "con riserva".

Ulteriore aspetto positivo del concordato preventivo è costituito dalla parziale non imponibilità delle sopravvenienze attive corrispondenti ai debiti oggetto di falcidia.

Il nuovo comma 4-ter dell’art. 88 del TUIR introdotto, dall’art. 13, co. 1, lett. a), del D. Lgs. n. 147/2015, con efficacia a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 7/10/2015, ovvero dal primo gennaio 2016 per i contribuenti aventi esercizio coincidente con l’anno solare, prevede la totale non imponibilità delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti per i soli concordati preventivi di tipo realizzativo, e non anche per quelli di natura conservativa, che saranno, invece, soggetti ai vincoli quantitativi previsti per gli accordi di ristrutturazione dei debiti, nonché per i piani attestati di risanamento pubblicati presso il Registro delle imprese (art. 88, co. 4-ter, del TUIR), vale a dire per la sola quota eccedente le perdite pregresse e di periodo di cui all’art. 84 del TUIR.

Ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 186-bis l.f. se l’attività d’impresa cessa o risulta manifestamente dannosa per i creditori il tribunale può disporre la revoca dell’ammissione al concordato preventivo ai sensi dell’art. 173. Resta salva per il debitore la facoltà di modificare la proposta di concordato, nel qual caso, se la votazione fosse già avvenuta, la modifica andrebbe equiparata ad una nuova proposta di concordato.

Per effetto delle previsioni dell'art. 20, D.L. 12 settembre 2014, n. 132, il commissario giudiziale ogni sei mesi successivi alla presentazione della relazione di cui all'art. 172, primo comma, L.F. redige un rapporto riepilogativo secondo quanto previsto dall'art. 33, quinto comma, L.F. e lo trasmette ai creditori a norma dell'art. 171, secondo comma, L.F.; conclusa l'esecuzione del concordato il commissario giudiziale deposita un rapporto riepilogativo finale redatto in conformità a quanto previsto dall'art. 33, quinto comma, L.F..

Ai sensi dell’art. 181, come modificato dall’ art. 3, comma 5-bis, D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2015, n. 132, in vigore dal 21 agosto 2015, “La procedura di concordato preventivo si chiude con il decreto di omologazione ai sensi dell'articolo 180. L'omologazione deve intervenire nel termine di nove mesi dalla presentazione del ricorso ai sensi dell'articolo 161; il termine può essere prorogato per una sola volta dal tribunale di sessanta giorni”.