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Avviamento connesso alla raccolta bancaria

Avviamento connesso alla raccolta bancaria - Valutazione Azienda in 24 ore
La CTR della Lombardia respinge l'appello della banca sul presupposto che la valorizzazione del ramo aziendale ceduto vada eseguita con il metodo patrimoniale complesso che valorizza anche la raccolta bancaria diretta ed indiretta .
Sentenza Commissione tributaria regionale LOMBARDIA Milano, sez. XV, 14-07-2010, n. 82 - Pres.
Marietta Angelo - Rel. Marietta Angelo
[Cessione di ramo d'azienda]
Azienda di credito. Cessione di ramo d'azienda interno ad un gruppo. Avviamento. Determinazione del valore.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La successivamente incorporata in (...) a sua volta incorporata in (...) confluita nel (...), con sede in (...), rappresentata e difesa ai fini del presente procedimento dall'avv. (...) come da delega agli atti, propone appello, con istanza di discussone la pubblica udienza, contro l'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Lodi patrocinata dalla Direzione Regionale della Lombardia, giusto provvedimento di assunzione della difesa in giudizio, in reazione alla sentenza della CTP di Lodi sez. 1 n. 29/1/2009 del 5/2/2009 e deportata il 13 febbraio 2009 che respingeva il ricorso della società, confermando integralmente l'avviso di liquidazione impugnato. L'atto impugnato è costituito dall'avviso di rettifica e liquidazione (...) concernente l'imposta di registro dovuta in relazione al contratto di cessione di ramo di azienda a rogito notaio (...) del 31 marzo 2004, notificato alla (...) e alla (...).
Con tale atto, la (...) (successivamente incorporata in (...) e poi confluita nel (...)) ha ceduto alla (...), il proprio ramo di azienda relativo alle attività di c.d. "(...)" costituito "dal complesso di beni e rapporti contrattuali organizzati per l'esercizio dell'attività di banca depositaria nella gestione di fondi comuni di investimento, di fondi di pensione e di amministrazione di risorse liquide e di strumenti finanziari di pertinenza di fondi comuni di investimento o di conti gestiti individuali".
Con avviso di rettifica e liquidazione sopra individuato, l'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Lodi, ha provveduto a rettificare, ai sensi degli artt. 51 e 52, del D.P.R. 26 aprile 1986 n. 131, il valore del ramo d'azienda oggetto della predetta cessione.
In particolare l'ufficio ha determinato il valore del complesso aziendale ceduto, applicando il metodo patrimoniale complesso che permette di valorizzare anche un bene immateriale essenziale, quale è l'avviamento sulla raccolta diretta e indiretta; a fronte del metodo patrimoniale semplice adottato dalla parte che ha determinato il valore del complesso aziendale come differenza tra le attività e le passività cedute.
A seguito istanza di adesione formulata dalla (...), conclusasi con esito negativo, la stessa proponeva ricorso per l'annullamento dell'avviso di liquidazione, alla CTP di Lodi che lo respingeva.
Avverso la sentenza della CTP di Lodi proponeva appello la (...) chiedendo di dichiarare illegittima la sentenza in quanto recante una motivazione apparente, nonché, in ogni caso, errata in punto di fatto e di diritto.
Illegittimità/infondatezza dell'avviso di rettifica e liquidazione impugnato, in quanto, nel caso in esame, né la raccolta indiretta né la raccolta diretta sono espressive dall'autonoma capacità di attrarre clientela e/o capitali del ramo d'azienda trasferito.
Chiede inoltre che l'atto fiscale dedotto in giudizio non può avere rilevanza anche sotto il profilo sanzionatorio, ciò in quanto a prescindere dall'eventuale accertamento della violazione contestata, trattasi di un'ipotesi di errore sul fatto, la quale ai sensi dell'art. 6, primo comma, parte prima del D. Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, giustifica, in ogni caso, l'inapplicabilità delle sanzioni al caso di specie.
In conclusione la (...) chiede di annullare l'avviso di rettifica e liquidazione impugnato.
Condannare la controparte alle spese di giudizio.
La banca depositava successivamente copia della relazione sul "congruo valore di scambio del ramo di azienda "(...)" nell'operazione di cessione in esame".
Si costituiva in giudizio l'ufficio, mediante la Direzione Regionale della Lombardia, osservando che la sentenza di primo grado ha correttamente inquadrato la questione controversa e quale fosse la valorizzatone da attribuire alla raccolta diretta e indiretta ai fini della determinazione del valore dell'avviamento.
L'autonoma capacità di raccolta e, quindi, la sussistenza di un avviamento proprio dell'attività ceduta, è confermata, tra l'altro, da documenti ufficiali della stessa.
Inoltre, prosegue l'ufficio nelle sue controdeduzioni, il (...) non ha mai dimostrato quale fosse la consistenza qualitativa della raccolta diretta e di quella indiretta.
In ogni caso, risultano irrilevanti, ai fini fiscali, le ragioni per cui la (...) era in grado di attrarre capitali, è fuor di dubbio che tale peculiare capacità reddituale esisteva, come dimostrato dai documenti e dagli atti, e deve essere considerata in sede di cessione del ramo di azienda.
In merito poi alla richiesta di annullamento delle sanzioni l'ufficio osserva che si tratta di domanda nuova e come tale inammissibile ai sensi dell'art. 57 del D. Lgs. n. 546/92; non si è in presenza di errore sul fatto e, in ogni caso, occorre dimostrare l'eventuale errore sul fatto non sia dipeso da colpa.
Chiede di respingere l'appello di parte e condannare la ricorrente al pagamento delle spese di causa.
Il (...) presentava una ulteriore memoria per replicare alle argomentazioni sviluppate dalla controparte nelle controdeduzioni.
Con discussione in pubblica udienza, questa Commissione, sentite le parti presenti, ha deliberato come da dispositivo.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con l'atto di appello proposto la banca considera illegittima la sentenza impugnata in quanto recante una motivazione apparente, nonché, in ogni caso, errata in punto di fatto e di diritto.
Illegittimità/infondatezza dell'avviso di rettifica e impugnazione impugnato, in quanto, nel caso in esame, né la raccolta indiretta né la raccolta diretta sono espressive dell'autonoma capacità di attrarre clientela e/o capitali del ramo di azienda trasferito.
La società appellante sostiene l'infondatezza della pretesa fiscale recata nell'atto impositivo, sulla base del fatto che, nel caso in esame, né la raccolta diretta sé la raccolta indiretta risultano idonee a rappresentare un'autonoma capacità reddituale del ramo di azienda trasferito e ciò in quanto entrambe le raccolte erano costituite da somme provenienti da fondi comuni di investimento istituiti da società facenti parte del gruppo, da rapporti intercorresti con altre banche facenti parte del gruppo o, ancora, con intermediari finanziari aventi rapporti di mandato con il medesimo gruppo.
In particolare, i metodi di determinazione automatica del valore dell'avviamento, quale quello adoperato dall'ufficio nel caso di specie, sono per definizione inaffidabili e richiedono, in ogni caso, aggiustamenti che tengano cono delle specificità e delle caratteristiche delle aziende da esaminare.
Viste le obiezioni formulate dalla banca nell'atto di appello e considerato che per la valorizzazione del ramo di azienda ceduto, le parti in causa, hanno adottato due metodi di valutazione differenti, metodi che portano a risultati diversi, occorre esaminare, in via preliminare se i metodi di valutazione adottati dalle parti in causa: quello "patrimoniale semplice" dei contraenti e quello "patrimoniale complesso" da parte dell'ufficio, sono coerenti per valutare tale tipo di Aziende e in che misura l'uno o l'altro metodo può risultare più idoneo a rappresentare in modo corretto ed adeguato il valore di mercato dell'attività oggetto del contratto di cessione.
I metodi comunemente usati, nella pratica delle valutazioni aziendali - bancarie sono quelli patrimoniali che si fondono sul principio dell'espressione a valori correnti dei singoli elementi attivi che compongono il capitale dell'azienda e dell'aggiornamento degli elementi passivi.
Gli elementi passivi sono sempre considerati, mentre gli elementi attivi possono configurare tre modi diversi di concepire la valutazione patrimoniale:
1) metodi patrimoniali semplici, miranti alla stima del capitale rettificato (comprendono solo gli elementi attivi contabilizzati - beni materiali e taluni beni immateriali);
2) metodi patrimoniali complessi che si distinguono:
a) di primo grado che comprendono oltre i beni materiali e immateriali contabilizzati, anche i beni immateriali non contabilizzati, dotati di un effettivo e/o supposto valore di mercato;
b) di secondo grado che comprendono anche i beni immateriali non contabilizzati e non dotati di valore di mercato.
Va subito detto che, nella pratica, i metodi patrimoniali semplici sono i più noti e sono di applicazione diffusa in tutte le categorie di aziende. Il loro risultato esprime il così detto "capitale netto rettificato".
I metodi "patrimoniali complessi di primo grado" sono invece particolarmente e frequentemente applicati nelle aziende bancarie e commerciali.
Detti metodi sono caratterizzati dal fatto che tengono conto, valutandoli distintamente, dei beni immateriali non contabilizzati, purché basati su di una stima espressa dal mercato.
Si tratta di solito di un prezzo corrente non già per il bene specifico che si intende valutare, ma per i beni similari ad esso; ne è un esempio la "raccolta bancaria" per cui non si dispone di solito di un prezzo negoziato per quella specifica raccolta di quella banca, ma si possono avere indicazioni riguardanti prezzi incassati o costi sopportati per beni similari a quelli considerati.
In genere i metodi "patrimoniali complessi" sono visti come uno sforzo ulteriore, rispetto al metodo "patrimoniale semplice", per rendere obiettiva la stima aziendale legandola per quanto possibile a specifici beni, cioè a valori calcolati con una certa obiettività e suscettibili di controllo.
L'obiettività e la possibilità "di controllo, nel caso di beni immateriali, discendono dall'esistenza di contrattazioni per beni similari, cioè dal mercato.
In tal caso si tratta di valutazioni dotate di pieno significato e generalmente accettate dalla pratica.
Ora raffrontando i metodi adottati dalle controparti in causa, non vi è dubbio che il metodo patrimoniale semplice adottato dalla banca per il ramo di azienda acquisito mira a mettere in evidenza il "capitale netto rettificato", ma a comporre il valore patrimoniale di una azienda entrano in giuoco altri fattori necessari al fine del suo funzionamento (finanziari, reddituali e patrimoniali).
Il metodo patrimoniale semplice, preso in se stesso, non può mai considerarsi una soluzione razionale del problema di valutazione di un'azienda, gli si può invece essere riconosciuta la funzione di informazione integrativa, atta ad illuminare un particolare aspetto del fenomeno, cioè quello del costo di ricostruzione degli elementi che costituiscono patrimonio dell'azienda.
Quanto precede consente di fissare alcuni punti base dei comportamenti adottati dalle parti al fine della valutazione del ramo d'azienda.
Il metodo patrimoniale semplice, adottato dalla società per il ramo di azienda acquisito, come sopra evidenziato assume come punto di partenza il capitale netto di bilancio comunque il netto espresso da una situazione patrimoniale contabile: deducendo le passività dalle attività. Esso si limita a considerare tutti gli elementi attivi - passivi risultanti dalla contabilità a prescindere dal loro collegamento funzionale. Viene insomma a mancare quel collegamento funzionale tra beni che normalmente caratterizza il patrimonio delle aziende.
Questa valutazione di singoli beni, può essere accettata, per esempio, nella valutazione delle società immobiliari non certo nel settore bancario dove il valore della "raccolta "rappresenta un elemento di grande peso nel determinare il valore patrimoniale delle banche. Per questo il metodo patrimoniale complesso (di primo grado) che valorizza la raccolta è diventato senza dubbio il più rappresentativo per la stima delle aziende bancarie. Si parla di valutazione tipica delle banche: "valore del patrimonio netto" più "valore della raccolta."
Il metodo "patrimoniale complesso di primo grado" adottato dall'ufficio, per valutare tale tipo di azienda, nella pratica, è quello tipico e comunemente accettato dalla prassi corrente perché esprime meglio il complesso valore aziendale mettendo in evidenza anche gli eventuali "beni immateriali" non contabilizzati "avviamento" dotati di valore di mercato.
Per questa via si conviene che il metodo adottato dall'ufficio è corretto, è coerente con la prassi in uso nel settore ed è senza dubbio più rappresentativo per la stima del complesso aziendale in esame. Superata la prima obiezione di parte occorre verificare se, come sostiene l'appellante, in questo caso non esiste un valore di avviamento della "raccolta diretta e indiretta" in quanto la stessa è frutto di un sistema interno al gruppo che non sono espressione della capacità della Banca di attrarre clientela. Ciò in ragione del fatto che entrambe le raccolte non erano espressione della capacità del ramo di azienda (...) di attrarre autonomamente clientela o, comunque, capitali; cosa che avrebbe giustificato la valorizzazione di un avviamento, ma, di contro sussistevano unicamente perché in dipendenza all'appartenenza di (...) al gruppo (...).
I giudici di primo grado hanno invece ritenuto che proprio l'attività ceduta avesse una capacità reddituale non indifferente deducibile anche dalla relazione al bilancio al 31.12.2004 della società (...). D'altra parte l'appartenenza al gruppo consentiva alla banca (...) di dispiegare tutta la sua capacità operativa attirando sempre più clientela.
Secondo la società appellante ti giudici di prime cure non hanno in alcun modo motivato le ragioni per le quali hanno considerato il ramo d'azienda ceduto idoneo ad attrarre autonomamente clientela o, comunque capitali e a disattendere le risultanze detta perizia redatta con riferimento al medesimo ramo di azienda nell'anno 2002, perizia che non dava alcuna valorizzazione ai fini dell'avviamento aziendale.
La società sostiene che non poteva esserci avviamento perché l'attività ceduta non era in grado di ottenere autonomamente clientela, ma appartenendo ad un gruppo tali elementi sussistevano unicamente in dipendenza dell'appartenenza al gruppo.
La Commissione ritiene che, contrariamente a quanto asserito dalla società in appello, i giudici di primo grado hanno ritenuto che proprio l'appartenenza della (...) al gruppo consentiva alla stessa una notevole capacità operativa e attirare sempre più clientela.
Anche a volere assecondare la tesi esposte dalla società che l'attività ceduta in quanto appartenente ad un gruppo non avrebbe una capacità autonoma ad attrarre capitali e/o clientela, si arriverebbe all'assurdo che qualsiasi cessione di ramo d'azienda bancaria in quanto facente parte sempre di un gruppo o sistema aziendale, non dovrebbe avere "avviamento" per mancanza di capacità autonoma di attrarre capitali o, comunque clientela.
Invece sembra il contrario. L'esistenza una attività bancaria, con la sua specificità, la sua organizzazione, la sua peculiarità e il modo di porsi sia sul mercato che all'interno del gruppo, fanno si che tutti questi dementi costituiscano un punto di forza che le consentono di acquisire una sua autonomia e una propria capacità di attrarre capitali e clientela sia sul mercato che nell'ambito del gruppo di appartenenza. Non vi è dubbio che l'appartenenza ad un gruppo rafforza tale capacità, ma essa sussiste indipendentemente dall'appartenenza al gruppo per le sue specifiche competenze e per le sue peculiarità che rappresenta nei confronti sia di clienti terzi che degli altri soggetti appartenenti al gruppo.
Il fatto che la raccolta, come sostiene l'appellante, era proveniente da fondi comuni di investimento o altre banche o intermediari del gruppo o aventi rapporti di mandato con il medesimo gruppo, non autorizza a superare il concetto di "avviamento" quale costo da sopportare per beni simili a quelli considerati "raccolta diretta e indiretta" dotata di certe caratteristiche atte a produrre redditività e quindi oggetto di valutazione di mercato.
Dagli atti ufficiai della stessa banca (...) - bilancio al 31.12.2004 si legge che "la dinamica delle masse patrimoniali e del conto economico risentono delle operazioni di cessione di rami di azienda che hanno coinvolto la (...) nel corso del 2004". In particolare sono riportate le cifre relative si decremento della raccolta indiretta da banche e investitori istituzionali per la cessione del servizio (...) alla capogruppo (...) e l'effetto avuto anche sul conto economico, particolarmente incisivo, considerato anche il breve periodo.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla società appellante la cessione del ramo non rappresenta un dato puramente fattuale, ma, come si deduce dalla sopra richiamata relazione societaria, aveva a prescindere dalla sua provenienza/genesi, una autonoma capacità reddituale che ha inciso, al momento della cessione, sull'andamento economico della banca.
E' fuori dubbio che tale capacità reddituale insta nel ramo di azienda ceduto esisteva e doveva essere presa in considerazione a prescindere dalla provenienza/genesi della stessa.
Non va seppure sottovalutato il fatto che l'operazione di ristrutturazione da attuare con l'acquisizione del ramo d'azienda (...) da parte della (...) (capogruppo) avrebbe accresciuto la capacità d'immagine della stessa nei confronti del mercato e degli altri istituzioni finanziarie e fondi dei comuni di investimento e insieme alla maggior solidità ed efficienza che poteva garantire come capogruppo avrebbe conseguentemente accresciuto la capacità di acquisire nuovi clienti e attrarre capitali incrementando la raccolta diretta e indiretta, sia attraverso le sue controllate che terzi mandatari.
Il fatto, poi, lamentato dalla società che una valutazione effettuata nel corso del 2002, del ramo di azienda in questione non ha portato a considerare la raccolta per valutare l'avviamento, non impone un'analoga scelta essendo le coedizioni temporali e aziendali diverse e le circostanze funzionali potevano non essere simili; ma soprattutto oggi la Commissione deve valutare questa cessione, il contesto aziendale in cui si realizza e gli elementi a sua disposizione e non certo quella avvenuta in altri tempi e circostanze.
Ad avvalorare, ulteriormente, le sedie sopra esposte occorre rilevare che la circostanza secondo cui la raccolta proveniva prevalentemente da società del gruppo (...) non risulta adeguatamente documentata, ma semplicemente enunciata e che in ogni caso risulta che anche i terzi esterni al gruppo contribuivano a tale raccolta.
Concludendo ai fini della determinazione del valore dei beni in sede di registrazione di atti soggetti all'imposta di registro, l'art. 51 c. 4 del D.P.R. n. 131/86 stabilisce che "per gli atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse il valore di cui al comma 1 è controllato dall'ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l'azienda compreso l'avviamento...".
Ai fini fiscali risultano irrilevanti le ragioni e la genesi per cui l'attività ceduta era in grado di attrarre capitali o clienti e produrre redditi e per quelli atti aventi per oggetto aziende o diritti reali su di esse, a norma dell'art. 51 c. 2 D.P.R. n. 131/86, si intende per valore il valore venale in comune commercio.
Appurate le ragioni circa la sussistenza anche nel caso in esame degli elementi "raccolta" per giungere alla valutazione dell'avviamento, occorre esaminare se gli indici presi a base dall'ufficio per arrivare alla stima dell'avviamento sono più o meno significativi nella valutazione delle attività bancarie e in particolare della raccolta diretta e indiretta con riferimento al ramo di azienda qui in esame.
Le stime dei beni immateriali, vanno intese come tentativo di attribuire un valore sulla base dei dati di mercato, ad un bene immateriale (raccolta). Si tratta di una informazione offerta dal mercato per beni similari e che attribuisce un valore a detti beni, in un range "minimo" e "massimo" entro cui la stima dei bene deve essere contenuta.
La non perfetta omogeneità tra bene specifico da valutare ed i beni cui le informazioni si riferiscono, rende spesso necessario l'adattamento ed prezzo alla situazione peculiare che interessa.
Queste indicazioni quantitative non debbono essere spiegate nella loro logica: sono un dato di mercato, che può essere verificato e discusso solo sul piano della effettiva sussistenza e della rappresentatività, ma non  sotto altri profili. Occorre, altri termini, accertare se effettivamente i dati in questione siano stati espressi in negoziazioni condotte e concluse e se sono sufficientemente rappresentativi.
Il problema pratico riguarda il collocamento della percentuale entro lo spettro definito dal "minimo" al" massimo".
Dalle argomentazioni svolte, emerge con sufficiente chiarezza che occorre riferirsi al mercato e sulla base degli indici espressi e riconosciuti nelle trattative bancarie, stabilire se quelli applicati dalla Agenzia delle Entrate, nella valutazione della raccolta "diretta" e "indiretta" siano sufficientemente rappresentativi della realtà aziendale oggetto della cessione.
La società appellante sostiene che i coefficienti utilizzati dalla prassi e qui applicati, trovano corretta applicazione solo con riferimento a soggetti che operano in condizioni di normalità economica, ossia in un contesto di libero mercato, non influenzato da logiche di gruppo.
La tesi sostenuta dalla società non può essere accolta anche alla luce di analogo comportamento tenuto dal gruppo nella fusione per incorporazione di (...).
Gli indici adottati dall'Agenzia delle Entrate, non contestati nella loro entità, ma solo criticati nel contesto della logica espressa dalla banca di mancanza di elementi per attribuire alla raccolta diretta e indiretta un valore di avviamento, sono considerati coerenti con la realtà specifica dell'attività ceduta, in quanto tenendo in debito conto certi elementi: quali le dimensioni del ramo ceduto, la capacità di rendere determinati servizi alla clientela, la capacità reddituale; il range adottato dall'ufficio (1% per la raccolta "diretta" e 2,5% per la raccolta "indiretta") risulta essere ai livelli minimi dei valori espressi dal mercato selle trattative per la valutazione dell'avviamento riferito alla raccolta "diretta" e "indiretta così come risulta dai documenti prodotti.
La stessa (...) nel documento informativo relativo alla fusione per incorporazione di (...) ha utilizzato dei coefficienti così radicati: - raccolta diretta con depositi in conto corrente e a risparmio: 8%; - raccolta diretta, con obbligazioni e certificati di deposito: 4%; - raccolta indiretta (nella forma di "risparmio amministrato"): 1%; - raccolta indiretta (nella forma di "risparmio gestito"): 3,5%.
Gli indici adottati dall'ufficio nel caso in esame si inquadrano pertanto entro valori ritenuti prudenti e coerenti con le realtà espresse dal mercato e comunemente usati.
Per ultimo la società, chiede, in sede di appello, l'inapplicabilità delle sanzioni al caso di specie, in quanto incolpevole per aver determinato, anche ai fini fiscali, il prezzo di cessione del ramo di azienda (...) in coerenza con la relazione di stima giurata effettuata in precedenza per il conferimento del medesimo ramo di azienda (errore sul fatto).
In via preliminare la Commissione rileva, come dedotto dall'ufficio, che l'eccezione di merito proposta, comporta uno ampliamento dell'oggetto del giudizio e, di conseguenza ciò è vietato in quanto la nuova eccezione comporta un ampliamento del "Thema decidendum" rispetto a quanto progettato in prima istanza -art. 57 D.Lgs. n. 546/92.
Ma anche a prescindere dalle considerazioni sopra esposte e volendo prendere in esame la tesi della società per cui il giudice tributario, qualora ritenesse di confermare la pretesa fiscale nella parte relativa alle imposte, è tenuto a verificare la legittimità/fondatezza anche della pretesa sanzionatoria, eventualmente annullandola ricorrendo le circostanze esimenti previste dalla legge, anche in difetto di una specifica richiesta da parte del contribuente; si rileva che dagli elementi emersi, sia dall'esame del ricorso la appello, che anche nella pubblica udienza la volontà dell'azienda era ed è rimasta ferma contrapposizione alla tesi di valutazione del ramo di azienda esposta dall'ufficio con l'avviso di accertamento e rettifica. La banca era certamente consapevole che i valori riportati nell'atto di cessione potevano essere rettificati dall'ufficio ed avere una valutazione diversa alla luce della prassi valutativa delle aziende di credito o rami di azienda che indicano il metodo patrimoniale complesso come il più rappresentativo per valorizzare tate tipo di aziende.
D'altronde ai fini fiscali, come già evidenziato, l'art. 51 c. 3 e 4 del D.P.R. n. 131/86 stabilisce che per gli atti che hanno oggetto aziende, per valore si intende il valore venale in comune commercio e il valore di cui al c. 1 è controllato dall'ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l'azienda, compreso l'avviamento.
Pertanto non si può accoglie l'ipotesi 4dla azienda dell'errore "sul fatto" art. 6 c. 1 D. Lgs. n. 472/97; la norma fiscale in materia è chiara e non sussistono le circostanze esimenti in quanto la banca per sua scelta interna ha ritenuto di proporre, per il ramo di azienda ceduto, un valore netto patrimoniale, senza la valutazione dell'avviamento, anche in misura minima, esponendosi così alla rettifica operata dall'ufficio, per cui le sanzioni sono da convalidare a tutti gli effetti.
Per tutti i motivi sopra esposti, l'appello della società non può essere accolto e pertanto viene respinto confermando la sentenza di primo grado.
Le spese di causa seguono la soccombenza e vengono così liquidate: (...)
P.Q.M.
La CTR sez. 15 respinge l'appello della società e, per l'effetto, conferma la sentenza impugnata. Condanna la parte al pagamento delle spese di causa che liquida in complessivi Euro (...).