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Art. 186 l.f. - Risoluzione e annullamento del concordato

Art. 186 l.f. - Risoluzione e annullamento del concordato - Valutazione Azienda in 24 ore

Articolo 186 della legge fallimentare corredato di massime della giurisprudenza di legittimità e di merito

Art. 186 (Risoluzione e annullamento del concordato) [*]

In vigore dal 1° gennaio 2008

Ciascuno dei creditori può richiedere la risoluzione del concordato per inadempimento.

Il concordato non si può risolvere se l’inadempimento ha scarsa importanza.

Il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal concordato.

Le disposizioni che precedono non si applicano quando gli obblighi derivanti dal concordato sono stati assunti da un terzo con liberazione immediata del debitore.

Si applicano le disposizioni degli articoli 137 e 138, in quanto compatibili, intendendosi sostituito al curatore il commissario giudiziale.

 

Note:

[*] Articolo così sostituito dall'art. 17, comma 1, D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, a decorrere dal 1° gennaio 2008.

 

 

MASSIME DELLA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ E DI MERITO (ART. 186 L.F.)

 Ordinate per data (dalla più recente)

 

Tribunale di Milano 22 marzo 2018 - Pres. Simonetti - Rel. Rossetti - Agenzia dell’Entrare c. Ed.it S.r.l. in liquidazione e in concordato preventivo Concordato preventivo - Risoluzione - Termine annuale - Natura giuridica - Decadenza - Rilevabilità d’ufficio o su eccezione degli organi della procedura - Esclusione (Legge fallimentare art. 186, comma 3)

Il termine annuale entro il quale può essere richiesta la risoluzione del concordato preventivo per inadempimento ha natura di decadenza e la sua inosservanza non è rilevabile d’ufficio, ma è riservata alle parti. L’Agenzia dell’Entrate ha chiesto al Tribunale di Milano di dichiarare risolto, per inadempimento, un concordato preventivo liquidatorio, perché le somme ricavate dalla liquidazione sono risultate insufficienti a soddisfare integralmente i crediti privilegiati e, anche in minima parte, quelli chirografari. Nel procedimento il debitore è rimasto contumace, mentre è comparso il commissario giudiziale il quale ha eccepito la intervenuta scadenza del termine annuale di risoluzione ai sensi dell’art. 186, comma 3 l.fall. Il Tribunale di Milano ha dichiarato la risoluzione, osservando che la rilevabilità d’ufficio del termine non può operare in tema di risoluzione del concordato preventivo. Secondo il Tribunale, infatti, in materia concordataria, si controverte di diritti di credito che sono rimessi, per antonomasia, alla disponibilità delle parti, come risulta dallo stesso art. 186, comma 1, l.fall. che attribuisce ai soli creditori la facoltà di richiedere la risoluzione del concordato, escludendo che un tale potere sussista non solo in capo agli organi della procedura, ma anche in capo al pubblico ministero. Il provvedimento del Tribunale diMilano, in ordine alla natura di decadenza del termine è conforme ad altro precedente di merito (cfr. Trib. Ravenna 21 marzo 2014, in questa Rivista, 2014, 807) nonché all’orientamento della S.C. di Cassazione la quale, proprio di recente, non ha mancato di sottolineare come l’istituto persegua lo scopo di conferire stabilità alle relazioni commerciali. L’opzione ermeneutica è ampiamente condivisa anche dalla dottrina (cfr. A. M. Perrino, sub art. 186 l.f., in Codice commentato del fallimento, (diretto da) G. Lo Cascio, Milano, 2017, 2556; M. Fabiani - G. Caramellino, Il concordato preventivo, in A. Didone (a cura di), Le riforme delle procedure concorsuali, Milano, 2016, 1858), con il rilievo che, se il termine fosse di prescrizione, verrebbe compromesso il principio di stabilità e definitività degli effetti degli atti giuridici e di certezza delle relative posizioni soggettive (v. S. Pacchi - L. D’Orazio - A. Coppola, Il concordato preventivo, in A. Didone (a cura di), Le riforme della legge fallimentare, Milano, 2009, 1946). La decisione del Tribunale di Milano non risulta avere precedenti giurisprudenziali, ma sembra trovare pieno conforto nel principio enunciato dalla dottrina secondo cui l’azione di risoluzione è contrattuale ed è volta a rimuovere il precedente vincolo negoziale, riservato alle parti e, quindi, del debitore e dei creditori, senza alcuna legittimazione - quindi - degli organi della procedura concorsuale: commissario e liquidatore giudiziale (cfr. M. Fabiani, Il concordato preventivo, in G. De Nova (a cura di),Fallimento e concordato preventivo, Commentario del codice civile e codici collegati Scialoja - Branca - Galgano, Bologna 2014, 767).

 

Tribunale di Rovigo 7 dicembre 2017, n. 86 - Pres. Est. Martinelli - M. F. ed altri c. Il Castello S.n.c. di Natura Vera S.r.l. unipersonale Concordato preventivo - Risoluzione - Inadempimento del debitore - Mancata pronuncia - Dichiarazione di fallimento - Decorso del termine dell’anno di cui all’art. 186 l.fall. - (Ir)rilevanza (Legge fallimentare artt. 5, 6 e 186)

[DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO E RISOLUZIONE DEL CONCORDATO PREVENTIVO INADEMPIUTO]

Allorquando sia decorso l’anno fissato dall’art. 186 l.fall., su ricorso del medesimo debitore o su richiesta del pubblico ministero, è ammissibile la dichiarazione di fallimento dell’imprenditore con concordato preventivo inadempiuto e non risolto. Concordato preventivo - Risoluzione - Inadempimento del debitore - Mancata pronuncia - Dichiarazione di fallimento - Decorso del termine dell’anno di cui all’art. 186 l.fall. - (Ir)rilevanza (Legge fallimentare artt. 5, 6 e 186). Qualora il concordato preventivo, malgrado l’inadempimento del debitore, non sia stato risolto, è ammissibile su istanza dei creditori la dichiarazione di fallimento pur se il termine dell’anno di cui all’art. 186 l.fall. non sia decorso. Il Tribunale di Rovigo ha affrontato il tema dell’ammissibilità del fallimento in assenza della pronuncia di risoluzione del concordato inadempiuto, pervenendo ad una soluzione positiva. Secondo il Tribunale, infatti, il sistema già consente la dichiarazione di fallimento del debitore in pendenza di concordato preventivo, allorquando, per effetto della prosecuzione dell’attività aziendale, sia emersa una nuova situazione di insolvenza e questa sia fatta valere da un creditore post concordatario. La risoluzione del concordato non rileverebbe, allora, quale limite all’ammissibilità della dichiarazione di fallimento, ma unicamente quale fatto giuridicamente condizionante la prosecuzione o meno degli effetti (esdebitatorio e segregativo) del concordato nel successivo fallimento. Il Tribunale, precisa però, che è possibile addivenire alla dichiarazione di fallimento su iniziativa dello stesso imprenditore o del pubblico ministero, allorquando sia decorso l’anno stabilito dall’art. 186 l.fall. Secondo il Tribunale, infatti, l’istanza di fallimento del debitore e del pubblico ministero non potrebbe essere proposta prima perché altrimenti si verificherebbe una implicita violazione di tale ultima disposizione, in quanto “sulla base di presupposti diversi e più ampi, si otterrebbe il medesimo effetto della risoluzione limitata sotto il profilo della legittimazione attiva e sotto quello più stringente dei presupposti”. Ad avviso del Giudice veneto, inoltre, in questi casi, l’insolvenza sarebbe ravvisabile nella incapacità del debitore “di far fronte con regolarità - ovvero secondo le modalità e i tempi del piano - alle obbligazioni assunte con la proposta di concordato e maturate durante la procedura”. A giudizio dello stesso Tribunale, la dichiarazione di fallimento su istanza dei creditori sarebbe invece ammissibile anche se il termine dell’anno di cui all’art. 186 l.fall. non sia ancora decorso, quando risulti certa la impossibilità del raggiungimento di una soddisfazione minimale dei creditori. La decisione del Giudice veneto asseconda l’orientamento della giurisprudenza di merito prevalente che, anche sulla scorta di quanto affermato dalla Corte Costituzionale (con la nota sent. 2 aprile 2004, n. 106, in questa Rivista, 2004, 723), in assenza di un esplicito divieto di legge, ritiene ammissibile la dichiarazione di fallimento del debitore, senza la necessaria preventiva risoluzione del concordato preventivo, nel caso in cui, nella fase esecutiva di quest’ultimo, si manifesti l’incapacità di pagare i debiti anteriori al concordato ovvero insorga una nuova insolvenza per incapacità di pagare i debiti contratti dopo l’apertura della procedura e l’omologa dello stesso concordato. (cfr. Trib. Treviso 10 gennaio 2017, in www.unijuirs.it; Trib. Torino 26 luglio 2016; Trib. Napoli Nord 29 aprile 2016; Trib. Nola 17 marzo 2016; Trib. Venezia 29 ottobre 2015; tutte in www.ilcaso.it. In dottrina, negli stessi termini, G. D’Attore, Concordato omologato e fallimento successivo, in Dir. fall., 2016, 1349 ss.; G. B. Nardecchia, La risoluzione del concordato preventivo, in questa Rivista, 2012, 264; G. Rago, L’esecuzione del concordato preventivo, in questa Rivista, 2006, 1098). La decisione in rassegna, così come il conforme citato orientamento giurisprudenziale, sembrano - inoltre, trovare pieno conforto nella più recente giurisprudenza di legittimità. La Corte di Cassazione ha, infatti, precisato che - venuto meno, con la riforma del 2005 - 2006, ogni automatismo tra risoluzione del concordato e fallimento - non sussistono preclusioni alla dichiarazione di fallimento di una società con concordato preventivo omologato ove si faccia questione dell’inadempimento di debiti concorsuali, quand’anche modificati con l’omologazione, dovendo il giudice unicamente verificare la sussistenza dei presupposti di cui agli artt. 1 e 5 della l.fall. al momento della decisione. Secondo il Supremo Collegio, l’azione così esperita dal creditore costituisce legittimo esercizio della propria autonoma iniziativa ex art. 6 l.fall., non condizionata dal precetto di cui all’art. 184 l.fall. e, dunque, proponibile a prescindere dalla risoluzione del concordato preventivo. Tale procedimento di risoluzione andrebbe attivato, infatti, - previamente o concorrentemente - solo se il creditore istante intendesse far valere non il credito nella misura ristrutturata (e dunque falcidiata) ma in quella originaria (così Cass., Sez. I, 17 luglio 2017, n. 17703, in www.pluris-cedam.utetgiuridica.it). Quanto alla legittimazione, la stessa Corte di Cassazione ha evidenziato che, “omologato il concordato e scaduto il termine per la sua risoluzione (o rigettata la relativa domanda), per un verso il debitore continua ad essere obbligato al suo adempimento e, per altro verso, si riapre lo scenario comune delle possibili iniziative dirette a farne accertare l’insolvenza, con possibilità di promozione delle stesse non solo dai creditori già concorsuali (e nella citata misura falcidiata), ma anche dal P.M. e dallo stesso debitore, oltre che da creditori nuovi” poiché “si tratta di dar corso ad un principio generale che permette ai soggetti legittimati l.fall., ex artt. 6 e 7 di provocare la dichiarazione di fallimento del debitore commerciale insolvente, escludendosi che la specialità della l.fall., art. 186, pur predicabile, abbia portata soppressiva delle prime disposizioni e dunque sia estesa a vicende diverse dal rapporto tra risoluzione del concordato e fallimento in consecuzione (v. Cass., Sez. I, 11 dicembre 2017, n. 29632, in www.fallimentiesocietà.it). Sulla questione si registra anche l’opposto indirizzo di altra parte della giurisprudenza di merito (v. Trib. Pistoia 20 dicembre 2017, in www.ilcodicedeiconcordati.it; Trib. Padova 30 marzo 2017, in questa Rivista, 2017, 862; Trib. Ancona 23 febbraio 2015, in www.ilcaso.it, Trib. Napoli 4 febbraio 2016, in Dir. fall., 2016, 1604) e di autorevole dottrina, secondo cui dovrebbe escludersi la possibilità di dichiarare il fallimento senza la preventiva risoluzione del concordato. L’effetto esdebitatorio conseguente all’omologazione del concordato farebbe, infatti, venir meno lo stato di crisi o d’insolvenza che ne era il presupposto e, per poter addivenire ad una dichiarazione di fallimento, non sarebbe, quindi, sufficiente l’inadempimento del concordato ma occorrerebbe necessariamente la sua risoluzione, che detta insolvenza farebbe rivivere. Secondo tale pensiero, inoltre, dovrebbe comunque negarsi l’iniziativa fallimentare al debitore in concordato ed al pubblico ministero, stante l’assenza di una norma che li facoltizzi a chiedere la “conversione” del concordato inadempiuto in fallimento e la indubitabile esclusiva legittimazione dei soli creditori a far valere l’inadempimento del concordato ex art. 186 l.fall. (v. S. Ambrosini, La risoluzione del concordato preventivo e la (successiva?) dichiarazione di fallimento: profili di ricostruzione del sistema, in www.ilcaso.it, 2017, 8).

 

Tribunale di Siena 19 luglio 2017 -Pres. Serrao - Rel. Soscia - Profili S.r.l. in liquidazione e concordato preventivo Concordato preventivo - Cessione dei beni - Esecuzione - Inadempimento - Accertamento - Poteri del Tribunale - Ammissibilità (Legge fallimentare artt. 136, comma 3, 185, 186)

[CONCORDATO (IN)ADEMPIUTO E PROVVEDIMENTO DI CHIUSURA DELLA FASE ESECUTIVA]

Il tribunale, su istanza del commissario giudiziale e del liquidatore giudiziale, può dichiarare, con decreto, la mancata esecuzione del concordato preventivo omologato, per inadempimento del proponente. Il commissario giudiziale ed il liquidatore giudiziale di una procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, omologato dal Tribunale di Siena, rilevato l’inadempimento del debitore agli obblighi assunti con la proposta di concordato, hanno chiesto allo stesso Tribunale di Siena di dichiarare concluso ed ineseguito il concordato, per inadempimento del proponente. Il Tribunale ha accolto l’istanza e ha dichiarato ineseguito il concordato preventivo, per inadempimento del medesimo debitore proponente. La decisione muove dal rilievo che, già ante riforma, si riteneva ammissibile, in applicazione analogica dell’art. 136, comma 3, l.fall., emettere, previo accertamento dell’adempimento del concordato nei confronti dei creditori ammessi al voto e di quelli muniti di titolo esecutivo ovvero previa constatazione del decorso dei termini previsti negli artt. 137 e 138 l.fall., un decreto di chiusura o di archiviazione della procedura, privo di carattere decisorio e definitivo, ma idoneo, oltre che a neutralizzare gli effetti della trascrizione del decreto di apertura della procedura, a contenere l’ordine di cancellazione delle eventuali ipoteche e lo svincolo delle eventuali cauzioni iscritte e prestate a garanzia del concordato. Secondo il Tribunale, il suddetto orientamento può trovare conferma anche dopo la riforma del 2006 e, se può ritenersi ammissibile un provvedimento di chiusura del concordato preventivo in caso di sua completa esecuzione, deve ritenersi parimenti ammissibile, argomentando a contrario, un provvedimento che ne dichiari la sua mancata esecuzione per inadempimento del debitore. Precisa il tribunale senese che un tale provvedimento risponde alla duplice esigenza di evitare che “la fase di esecuzione del piano venga procrastinata sine die, pur nella consapevolezza che lo stesso non potrà mai essere attuato, con conseguente risparmio di risorse per l’ufficio e cessazione dell’attività di sorveglianza degli organi della procedura (che, al contrario, sarebbe destinata a perdurare per un tempo indeterminato)” nonché consentire “ai creditori di poter attivare gli ordinari strumenti di tutela del proprio credito, altrimenti paralizzati dagli effetti stabilizzatrici dell’omologa (art. 184 l.fall.) di un concordato ancora formalmente aperto nella sua fase esecutiva”. La decisione in rassegna arricchisce il panorama giurisprudenziale dei provvedimenti che, nel silenzio della legge, sono volti ad accertare l’epilogo, positivo o negativo, della fase esecutiva della procedura di concordato preventivo. Quanto all’accertamento dell’avvenuta esecuzione o meno del concordato preventivo, sembra pacifica la possibilità di fare applicazione analogica dell’art. 136 l.fall. (v. Trib. Pistoia 17 marzo 2010, in www.osservatorio-oci.org; cfr. anche Trib. Perugia 16 novembre 2017, in www.iusexplorer.it; Trib. Arezzo 27 settembre 2016, in www.ilfallimentarista.it). Quanto ai provvedimenti consequenziali, si registra la posizione di chi ritiene che, accertata l’esecuzione del concordato preventivo, competa al giudice delegato, con decreto di natura ordinatoria, disporre l’archiviazione degli atti per ottemperanza degli obblighi assunti dal debitore concordatario (v. Trib. Messina 26 settembre 2002, in questa Rivista, 2003, 670). Secondo alcuni, inoltre, nulla osta a che - su richiesta del debitore - il Tribunale dia atto della chiusura della procedura di concordato ai sensi dell’art. 181 l.fall., pur proseguendo la fase di esecuzione del concordato medesimo (v. Trib. Padova 16 luglio 2015, in Dir. fall., 2016, 328). In caso di inadempimento, si ritiene ammissibile un provvedimento che, come quello in rassegna, dichiari la mancata esecuzione del concordato (Trib. Pistoia 17 marzo 2010, cit.). La ritenuta ammissibilità di un decreto di chiusura della procedura di concordato preventivo, per avvenuta esecuzione, trova anche il conforto della S.C. di Cassazione, la quale ha evidenziato che “il decreto con il quale il tribunale autorizza la chiusura della procedura di concordato preventivo ha natura di atto esecutivo, attuativo delle funzioni di sorveglianza e controllo assegnate agli organi fallimentari” ed ancora che si tratta di “provvedimento che, non incidendo sui diritti soggettivi delle parti e non avendo efficacia preclusiva rispetto all’azionabilità in sede di ordinario giudizio di cognizione delle questioni aventi ad oggetto i diritti dei creditori, risulta privo dei connotati della decisorietà e della definitività e, per tale ragione, non può essere oggetto di ricorso per cassazione” (v. Cass. 27 ottobre 2006, n. 23272, in Mass. Giust. civ., 2006, 10). Anche secondo la prevalente dottrina, l’emanazione di un decreto di chiusura, per sua natura privo del carattere della definitività, può ritenersi ammissibile e non in contrasto con le finalità e con le caratteristiche dell’istituto del concordato preventivo (v. G. Lo Cascio, Il concordato preventivo, Milano, 2015, 724 - 725; A. Bonsignori, Il concordato preventivo, Bologna, 1979, 498 ss.).

 

Cass. Civ., sez. I, 19 luglio 2016, n. 14788 - Pres. A. Nappi - Est. M. Ferro - Spinelli Trasporti s.r.l. c. Fallimento Spinelli Trasporti s.r.l. Vedi Cass. 22 febbraio 2012, n. 2671 1.

Nel concordato preventivo, l’impugnazione dell’annullamento pronunciato dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 169 del 2007, che ha sostituito l’art. 186 l.fall., confluisce, ove sia altresì dichiarato il fallimento del debitore su istanza di un legittimato, nel reclamo previsto dall’art. 18 l.fall., che, presupponendo l’immediata esecutività di ciascuna delle statuizioni così rese dal tribunale, esclude che il fallimento possa essere dichiarato solo dopo che il decreto di annullamento sia diventato definitivo.

 

Trib. Modena 20 aprile 2016 (data della decisione), decr. - Pres. Zanichelli - Est. Mirabelli

Anteriormente alla scadenza del termine finale di esecuzione della proposta di concordato preventivo può aversi inadempimento non irrilevante, tale da giustificare la risoluzione ai sensi dell’art. 186 l.fall., solo qualora risulti certo, in ragione di significativi scostamenti rispetto al piano, che la proposta non potrà avere esecuzione; a tal fine non può attribuirsi rilievo al mancato rispetto dei tempi di pagamento intermedi eventualmente indicati nella proposta omologata, dovendosi fare riferimento al solo termine finale di esecuzione della stessa.

 

Trib. Napoli Nord 16 aprile 2016 (data della decisione) - Pres. Caria - Est. Rabuano - Eldo Italia S.p.A. (avv.ti Bassi, Corvino, Palmiero)

La dichiarazione di fallimento del debitore ammesso al concordato preventivo omologato è giuridicamente possibile anche in mancanza di previa risoluzione del concordato preventivo, nel caso in cui risulti, tramite una valutazione ex post e in concreto svolta dal tribunale in sede di giudizio prefallimentare e in eventuale antitesi rispetto al giudizio ex ante e in astratto compiuto in sede concordataria sulla fattibilità economica del piano, che l’accordo non ha risolto la situazione di insolvenza, ovvero la stessa sia sopraggiunta nella fase di esecuzione del concordato.

 

Trib. Rovigo 3 febbraio 2016 - Pres. D’Amico - Est. Martinelli - Sarisa S.r.l. c. Palazzo Veneto S.n.c.

Nell’ipotesi in cui il debitore concordatario, senza garantire una percentuale minima, abbia messo a disposizione dei creditori il proprio patrimonio, indicando le possibili percentuali di soddisfazione, sulla base dei valori economici attestati, si deve ritenere che abbia trasferito l’alea della liquidazione sui creditori; in tal caso, la corretta informazione dei creditori e la sussistenza delle qualità indicate dei beni messi in liquidazione impediscono la possibilità di configurare un inadempimento allorché dalla vendita dei beni non si ricavi l’importo previsto. Tuttavia, essendo il concordato preventivo ontologicamente funzionalizzato alla soddisfazione, ne consegue che, qualunque sia la proposta concordataria, implicitamente vi è l’obbligo di soddisfare i creditori chirografari in una qualche misura, con il corollario che, ove non possa essere soddisfatta in nessun modo la massa chirografaria, si configura il grave inadempimento che giustifica la risoluzione del concordato.

Trib. Forlì 3 febbraio 2016 (data della decisione), decr. - Pres. ed Est. Pazzi

La legittimazione riconosciuta in modo indeterminato dall’art. 186 l. fall. “a ciascuno dei creditori” va correlata all’esistenza di un pregiudizio effettivamente subito dal singolo in relazione al proprio diritto di credito, così come modificato a seguito del provvedimento di omologa; pertanto, la richiesta di revoca del concordato preventivo proposta da un creditore chirografario prima della scadenza del termine previsto nel piano per la sua soddisfazione, deve essere rigettata in quanto privo di attuale interesse.

 

 Cass. Civ., Sez. I, 4 marzo 2015, n. 4398 - Pres. Ceccherini - Est. Didone - P.M. Velardi - Ortona Navi S.r.l. (Avv. Pimpini Ficcadenti) c. Centrobanca S.p.a. (Avv. Tarzia) - Banca di Credito Finanziario e Mobiliare

Il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori deve essere risolto, a norma dell’art. 186 l.fall. (nella sua formulazione conseguente alle modifiche di cui al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e prima di quelle intervenute con il D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, introduttivo del requisito dell’importanza dell’inadempimento, applicabile alle sole procedure concorsuali aperte successivamente al 1° gennaio 2008), qualora emerga che esso sia venuto meno alla sua funzione, in quanto, secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito, le somme ricavabili dalla liquidazione dei beni ceduti si rivelino insufficienti, in base ad una ragionevole previsione, a soddisfare, anche in minima parte, i creditori chirografari e, integralmente, i creditori privilegiati, ovvero quando venga accertata l’obiettiva impossibilità sopravvenuta di attuare le condizioni minime previste dalla legge fallimentare. In proposito, nessun rilievo può assumere l’eventuale colpa del debitore che, con la consegna dei beni, ha esaurito la sua prestazione, ove non sia prevista la sua liberazione immediata ed invece operi il trasferimento in favore degli organi della procedura della legittimazione a disporre dei beni ceduti ex art. 1977 c.c.

 

Trib. Modena 11 giugno 2014 - Pres. Zanichelli - Est. Mirabelli - Della Casa Francesco S.p.A. in liquidazione c. Massa dei creditori

Il concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori deve essere risolto per inadempimento ai sensi dell’art. 186 l.fall. quando, anche prima della liquidazione di tutti i beni, emerge che esso è venuto meno alla sua funzione, poiché, secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito, le obbligazioni assunte dal debitore nella proposta concordataria non possono essere soddisfatte. A tal fine rileva non solo il quantum ragionevolmente ricavabile dalla liquidazione in rapporto alle passività da soddisfare, ma anche la componente temporale dell’adempimento, la quale concorre anch’essa a costituire la causa concreta del concordato e deve avvenire in tempi ragionevolmente contenuti che non possono complessivamente superare la ragionevole durata prevista per le procedure liquidatorie (massimo tre anni, secondo l’orientamento del Tribunale di Modena), e, in fase attuativa, costituiscono uno dei parametri su cui misurare l’inadempimento.

 

Trib. Ravenna 21 marzo 2014 (data della decisione), decr. - Pres. Lacentra - Est. Farolfi - Fall. T.B. S.r.l. (avv. Tudisco) c. T.A. S.r.l. (avv. Tordo Caprioli)

Il termine annuale per la proposizione della domanda di risoluzione di un concordato preventivo liquidatorio è previsto a pena di decadenza, non ammette interruzione o sospensione, e decorre dalla conclusione delle operazioni di liquidazione solo se la proposta omologata non indichi un termine preciso per l’adempimento delle obbligazioni concordatarie.

 

Trib. Forlì 19 marzo 2014 - Pres. ed Est. Pazzi – Eurocolor S.n.c. (Avv. Ranieri) c. M. R. (Avv. Tombaccini, Gardelli)

Ai fini della risoluzione del concordato preventivo, la valutazione dell’importanza dell’inadempimento alle obbligazioni previste nel piano omologato deve essere effettuata nell’interesse dell’intera massa dei creditori, da compiersi tramite un giudizio sulla tenuta complessiva dell’accordo piuttosto che facendo riferimento al tornaconto del singolo creditore istante; non assume invece rilievo l’elemento della colpa nell’inadempimento, atteso che l’art. 186, comma 2, l.fall. non effettua un rinvio generalizzato al disposto dell’art. 1455 c.c. e, pertanto, l’inadempimento del concordato assume rilievo esclusivamente nella sua dimensione oggettiva.